ROMANCE PARK
Benvenute a Romance Park, il luogo dove ogni scrittrice ha la possibilità di presentare i propri lavori al pubblico!

L'estratto di questa settimana si intitola "MOONLIGHT E SHADOW", e il nick della sua autrice è RED SCORPION. ATTENZIONE, si tratta di nomi di fantasia, che usiamo solo per distinguere i vari estratti tra di loro: il nome dell'autrice non è questo, ed il titolo finale del libro sarà diverso.
Vi ricordiamo le REGOLE DI ROMANCE PARK ( potrete trovare maggiori dettagli qui: http://romancebooks.splinder.com/post/20213710 ) :
-- sia le lettrici che le bloggers potranno votare l'estratto con un punteggio da 1 a 10, e naturalmente commentarlo;
-- se la scrittrice lo desidera (non è obbligatorio), può rispondere ai commenti e alle domande – ma lo farà sempre usando il nick;
-- tra una settimana esatta, chiuderemo il sondaggio, e la scrittrice scoprirà che voto le è stato dato dal pubblico.
-- IMPORTANTE: la scrittrice non rivelerà la propria identità a nessuno, né prima, né durante, né dopo il sondaggio. Le bloggers che hanno collaborato con lei alla preparazione del post (cioè Naan e MarchRose) faranno altrettanto, sia nei confronti delle altre bloggers che delle lettrici, e per correttezza si asterranno dal commentare.
MOONLIGHT E SHADOW
di Red Scorpion
Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore.
Il racconto si svolge in una cittadina imprecisata negli Stati Uniti. Un anonima cittadina,un anonima ragazza,così lei crede. Moonlight e Shadow sono due gattini che all'inizio sembrano passare quasi inosservati,e invece diventeranno un ponte tra due anime sole. Come “colonna sonora” del racconto ci sono brevi estratti dei libri preferiti delle protagoniste...e della scrittrice!
Prologo
I passi riecheggiavano tra le mura del vicolo stretto e buio,alternandosi alle gocce di umidità che cadevano sull'asfalto. Amanda camminava in fretta,stringendo lo zaino al petto,guardandosi sovente alle spalle. Il pizzicore alla nuca la avvertiva che qualcuno la stava seguendo...o era solo suggestione??
Ancora qualche centinaio di metri,poi finalmente raggiunse la fermata del bus,un ultimo sguardo alle spalle mentre il bus accostava...e le parve che un'ombra rientrasse nel vicolo.
“Per un pelo...”,pensò,lasciandosi cadere sul sedile sbeccato.
24 Ottobre.
Mancava una settimana esatta ad Halloween. Non era proprio la serata adatta per girare in quel quartiere da sola. Di notte.
Era inquietante,anche per una persona meno timorosa superstiziosa di lei.
Ma stava cercando di diventare una persona diversa,migliore; non voleva più essere la ragazzina timida e paurosa che dormiva con la luce accesa e chiudeva a chiave la porta della camera...voleva diventare più coraggiosa,intrepida,impavida ! Come le eroine dei romanzi rosa usati che le aveva regalato la signora Violet del negozio di libri dove lavorava.
Aveva vent'anni e aveva deciso di affrontare la vita,non subirla...e aveva cominciato sventando due omicidi.
CAPITOLO 1
“Alice si gloriava di essere ben istruita nella logica e ben dotata di intelligenza. Quella sera era più che disposta a crederci e si dava il caso che ce ne fosse una seduta a capotavola nel salone di Lingwood Manor. Alice suppose che anche le leggende dovessero mangiare.”
(Il cristallo verde,Amanda Quick)
Il campanello della porta tintinnò quando Amanda entrò nel negozio. Vicino alla porta troneggiava su un tavolino una zucca enorme,con una candela alla vaniglia all'interno. Accanto alla zucca un vassoio di pasticcini alla cannella ancora caldi emanavano un delicato profumo che insieme alla vaniglia le addolcivano il cuore. Uno sguardo alla finestra dall'altro lato della strada,e come sempre la tenda si richiuse bruscamente. “Beccato,un'altra volta!”,pensò Amanda sorridendo.
«Buongiorno Violet!»
«Buongiorno cara!»,rispose l'anziana signora seduta accanto alla finestra. La poltrona era un po' vecchia,di un color viola un tantino sbiadito...ma quanto era comoda!
Sembrava ti abbracciasse con calore! L'anziana signora posò il libro sul tavolino accanto a lei,”Il cristallo verde” lesse Amanda ,e bevve un sorso di te caldo,alla cannella,la spezia preferita di Violet.
Da sopra il bordo della tazza Violet scrutò Amanda . Dalla punta degli stivaletti consumati,alle calze a righe grigie e viola,salendo su per il vestitino di lana nero accollato e l'enorme sciarpa di lana arancione,fatto a mano e regalato da lei il precedente Natale.
Gli occhiali enormi con la montatura nera le calavano dal naso dandole l'aspetto di una bimba che sta provando gli occhiali della madre. I capelli lunghi e neri erano tirati su alla bell'e meglio con...una matita??
Violet sorrise. Amanda aveva un aspetto molto migliore dell'anno prima,quando si presentò a cercare lavoro,emaciata,intimidita,con le ombre scure sotto gli occhi. Ombre dovute non alla mancanza di sonno,ma alla sofferenza. La signora Boyle,del negozietto di dolciumi,le aveva raccontato della brutta storia della ragazza. Storie non infrequenti purtroppo. Madre sottomessa,padre alcolizzato e violento. Una sorella e un fratello scappati di casa appena adolescenti. La famiglia media del nuovo millennio,pensò con amarezza.
Ah,lo zaino. L'immancabile zaino. E sembrava si muovesse....
«Amanda dove sei stata ieri sera?»
Un sorriso dolce,ma di trionfo trasformò il viso della ragazza,persino gli occhi nocciola si illuminarono. Posò lo zaino a terra,e apertolo ne tirò fuori...due minuscoli gattini neri.
«L'hai sentita anche tu Rose. Suo marito voleva portarli in periferia chiusi dentro una scatola e abbandonarli. Non potevo permetterlo!» L'indignazione sostituì il trionfo nella sua voce.
«Sono andata a casa loro,li aveva già messi nella scatola e lasciati sul pianerottolo,al freddo. Così li ho portati via. Nessuno se n'è accorto. E poi,a loro non importa!»
«Ma,Amanda ...dove li metteremo? Non posso tenere animali nel condominio...e nemmeno tu mi pare.»
«Non preoccuparti,» rispose guardando verso la finestra dall'altra parte della strada,«ho già in mente chi potrebbe tenerli. Ha un giardino molto grande.»
Violet seguì la direzione dello sguardo. “Oh,cielo!”,pensò.
Durante il tragitto del bus che l'avrebbe portata a casa,la sera prima Amanda si era lambiccata il cervello. Sapeva di non poter tenere i gattini nelle piccola stanza del condominio dove abitava,a pochi passi dalla libreria. E nemmeno Violet poteva tenerli.
Li aveva salvati da una vita randagia,forse addirittura dalla morte. Un passo alla volta,si era detta quando aveva escogitato il piano per portarli via dalla casa di Rose Meddell. Ma ora? Il destino,così pensava,ci aveva messo lo zampino,e proprio in quel momento il bus si fermò davanti alla libreria,dove scese. E proprio di fronte a lei,la finestra della casa di fronte era illuminata.
La casa del signor Blackthorne.
E' un uomo solo,pensò.
Non usciva quasi mai. E comunque non in pieno giorno. Rimase ferma li,sul marciapiede, a riflettere. La prima volta che l'aveva visto era stato poco prima di Natale,l'anno precedente.
In effetti era quasi un anno. Lo ricordava molto bene......
CAPITOLO 2
“Le sfiorò il mento con il lato esterno del pugno.-Signora,a questo punto e nella vostra posizione quasi tutte le donne sarebbero contente di discutere del matrimonio.
-Io preferirei parlare del tempo.
-E' un peccato,perché invece discuteremo di matrimonio.
'Non finché non imparerai ad amarmi' giurò silenziosamente.”
(Il cristallo verde,Amanda Quick)
Stava sistemando le decorazioni di Halloween nella libreria,un po' di ragnatele finte sulla porta;una zucca qui,un ragnetto là. Quando si accorse che la tendina della finestra della casa di fronte era scostata,e qualcuno la stava guardando. O almeno,stava guardando dalla sua parte. Qualche secondo e la tendina si richiuse. Non era riuscita a capire chi fosse,ma era un uomo. Ne era sicura. Rientrata,mise a scaldare l'acqua per il te e appena pronta si sedette accanto a Violet,comoda nella consueta poltrona viola con un libro aperto in grembo. Oggi era “Tesori sepolti”.
«Chi ci abita nella casa di fronte?» chiese all'anziana signora.
«Il signor Blackthorne. Perché? L'hai visto?»
«Era alla finestra,ma non sono riuscita a vederlo.»
«Poveretto ..sempre chiuso li dentro invecchierà prima di me.»
«Perché? Che gli è successo?» chiese Amanda stranamente incuriosita.
«Ha avuto un brutto incidente. Sono morte tre persone,non ricordo esattamente come,ci sono state un sacco di voci,ma una più ridicola dell'altra. Ricordo che la colpa non era sua,ma per lui è come se lo fosse. Ha delle cicatrici sul viso,non sono bruttissime,ma da quando l'anno scorso dei ragazzini che avevano bussato alla sua porta per Halloween,sono scappati urlando 'al mostro',non esce quasi più e con il passare del tempo è diventato un orso. Bambini insensibili!»
«Accipicchia.....» mormorò Amanda guardando verso la finestra. Non era poi così strano che non uscisse mai.
Fu così che Amanda prese a tenerlo d'occhio. Spazzava e guardava la finestra. Prendeva il te e guardava alla finestra. Anche quando serviva qualche cliente riusciva a sbirciare fuori. Quando entrava o usciva,lanciava sempre un'occhiata. E lo aveva visto almeno la metà delle volte. Ci pensava spesso. Se lo immaginava sulla cinquantina,con un bel po' di cicatrici sparse sulla faccia. Ma non riusciva a provare ribrezzo. Le faceva molta pena,invece. Lo immaginava seduto su una sedia,perennemente alla finestra,ad osservare,anzi a desiderare il mondo fuori. Quel mondo che lo giudicava un mostro.
Dopo qualche giorno Amanda prese una decisione,forse lui non voleva più avere a che fare con il mondo,ma sarebbe stato il mondo a bussare alla sua porta. O almeno,una parte piccola e insignificante del mondo. Così prese il suo bel vassoio di biscotti appena fatti, gentilmente offerti dalla signora Boyle,e si diresse decisa verso la porta del signor Blackthorne.....
La casa non era piccola. Mentre si avvicinava,la studiò. Era tenuta bene,la vernice sembrava rinfrescata di recente,e anche le persiane verdi erano in buone condizioni. Entrambi i lati della casa erano circondati da un grande giardino. C'erano pochi cespugli,e nemmeno un fiore,ma l'erba era bassa e tagliata con cura. Salì i tre gradini di legno fino al portico,dove c'era un tavolino con quattro sedie. Un po' spoglio,pensò. Nemmeno un vaso di fiori abbelliva il portico. Tutto era curato. Ma non c'erano decorazioni.
Bussò. Ma nessuno rispose. Provò un'altra volta,ma dopo aver aspettato un tempo che le parve sufficiente,posò il pacchetto sul tavolino e se ne andò.
L'indomani,mentre si dirigeva ad aprire la libreria,il suo passo era più deciso,quasi militaresco. Non si sarebbe lasciata scoraggiare tanto facilmente. Conosceva bene la solitudine,e anche quando era una scelta non faceva bene a nessuno. Lei ora lo sapeva. Violet era diventata così importante! Era così bello sapere che qualcuno si preoccupava per lei. E lei ora si sarebbe preoccupata del signor Blackthorne.
Si fermò dalla signora Boyle a prendere la ciambella con le noci. Così profumata,ancora calda!
Mentre girava la chiave,la solita sbirciata alla finestra,un'abitudine ormai. Girò il cartello “APERTO”,accese le luci e preparò il te per Violet che sarebbe arrivata a minuti,con il suo libro...qual'era?..Ah,Tesori sepolti. Dopo l'avrebbe passato a lei. Aveva letto la trama. L'insignificante Jane... Magari le somigliava.
Il rito mattutino del te con Violet,e poi uscì. La ciambella stretta al petto,il passo veloce per non sentire il freddo pungente e infine la porta. Bussò. Naturalmente nessuno venne ad aprirle. Bussò ancora. Più insistentemente stavolta. Si guardò attorno e vide la tendina scostata,che si richiuse subito. Orso!
«Per favore,mi apra!....Pesa!»
«E adesso cosa vuole!?»,berciò la sua voce spalancando la porta.
Fu sufficiente per Amanda. Allungò il pacchetto.
«E' ancora caldo. Felice Halloween.»
Lo mise tra le mani di un allibito signor Blackthorne,si girò e torno velocemente al negozio,perché le gambe le stavano tremando. E non per il freddo. Amanda era ammutolita quando l'aveva visto.
L'aveva guardato per meno di un minuto,ma era stato sufficiente. Per vedere che le cicatrici,si erano brutte,ma non raccapriccianti. Per vedere che aveva gli occhi scuri,non amichevoli certo,ma molto belli. Fu sufficiente per farle battere forte il cuore e farle tremare le ginocchia.
E desiderare di essere molto,ma molto più carina.
RATING FINALE : 5,44 /10
ROMANCE PARK
Benvenute a Romance Park, il luogo dove ogni scrittrice ha la possibilità di presentare i propri lavori al pubblico!

L'estratto di questa settimana si intitola "L'ULTIMO CREPUSCOLO", e il nick della sua autrice è EUDORA GRAY. ATTENZIONE, si tratta di nomi di fantasia, che usiamo solo per distinguere i vari estratti tra di loro: il nome dell'autrice non è questo, ed il titolo finale del libro sarà diverso.
Vi ricordiamo le REGOLE DI ROMANCE PARK ( potrete trovare maggiori dettagli qui: http://romancebooks.splinder.com/post/20213710 ) :
-- sia le lettrici che le bloggers potranno votare l'estratto con un punteggio da 1 a 10, e naturalmente commentarlo;
-- se la scrittrice lo desidera (non è obbligatorio), può rispondere ai commenti e alle domande – ma lo farà sempre usando il nick;
-- tra una settimana esatta, chiuderemo il sondaggio, e la scrittrice scoprirà che voto le è stato dato dal pubblico.
-- IMPORTANTE: la scrittrice non rivelerà la propria identità a nessuno, né prima, né durante, né dopo il sondaggio. Le bloggers che hanno collaborato con lei alla preparazione del post (cioè Naan e MarchRose) faranno altrettanto, sia nei confronti delle altre bloggers che delle lettrici, e per correttezza si asterranno dal commentare.
L'ULTIMO CREPUSCOLO
di Eudora Gray
Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore.
Nell'estremo nord dell'Alaska la città di Barrow si prepara ad affrontare l’ennesimo inverno. Per quattro mesi sarà notte perenne e il cielo sarà illuminato soltanto dalla luce crepuscolare, dalla Luna e dalle frequenti aurore boreali.
I preparativi per la festa in onore dell’ultimo giorno di sole fervono fin dalle prime ore del mattino. Come di consueto il programma della serata prevederà la classica cena all’interno del circolo ricreativo seguita da danze e giochi ed essendo una delle poche occasioni di ritrovo i cittadini ne sono molto entusiasti.
Tutti tranne una: Prudence Wood.
L’ultima cosa di cui ha voglia Prudence è uscire di casa, malgrado ciò sembra non avere scelta. Norah ha organizzato ogni cosa e Prudence sa che deluderla significherebbe perdere definitivamente la sua amicizia.
Così, se pur controvoglia, si prepara e raggiunge l’amica riscoprendo, nel corso della serata, la piacevole sensazione della compagnia e del divertimento.
Per Prudence è una vera sorpresa tanto che le sembra impossibile aver dimenticato, anche se solo per poche ore, l’ossessione nei confronti del suo datore di lavoro.
Ma verso la mezzanotte il Dottor Lucas Champbell, colui che da mesi popola i suoi pensieri e monopolizza involontariamente la sua vita, fa il suo ingresso al circolo e
la serata si trasforma in un romantico incontro.
Tutto sembra perfetto ma Prudence non ha la minima idea di quello che le sta per accadere. Non può nemmeno immaginare che dietro l’immacolato Lucas Champbell si nasconde il peggiore degli incubi.
Barrow, Alaska
17 Novembre, 2000
L’orologio segna le 16:45.
Spengo il computer e la radio, ho bisogno di silenzio.
Il mio sguardo si sposta inevitabilmente alla mia destra.
Sulla targa in acciaio, fissata accanto alla porta dello studio, si riflette la luce artificiale della lampada al neon mettendo in evidenza l’elegante incisione che compone il nome del Dottor Lucas Champbell.
E’ appesa lì da solo quattro mesi eppure è come se quel posto fosse sempre stato suo. Un po’ come l’ultimo pezzo di un puzzle sul quale non si ha alcun dubbio sulla sua posizione.
Mi rattrista ammetterlo, ma non ho la minima nostalgia del defunto Dottor Derrik. Non che non fosse una brava persona anzi, era amato e stimato da tutti i suoi pazienti, ma nonostante ciò stento addirittura a ricordarlo. Ho persino dimenticato i tratti del suoi viso e ciò è alquanto sconcertante visto che abbiamo lavorato insieme per ben quattro anni.
Colui che invece ho ben presente è il Dottor Champbell, e non solo perché la sua porta dista meno di due metri dalla mia scrivania. Da quando ha fatto la sua apparizione a Barrow il mio passato sembra essersi dissolto nel nulla.
La mia mente ha un unico pensiero, i miei occhi un'unica direzione e il mio cuore un solo battito che sembra essere l’ultimo ogni volta che non gli sono accanto.
Sono assolutamente consapevole che il Dottor Champbell non nutre il minimo interesse nei miei confronti e nella mia testa, dove è ancora vivo un barlume di giudizio, so che non avrò mai speranze. Certo, non posso negare che sia gentile, premuroso, comprensivo ma questo lo annovera solamente nella categoria del “perfetto datore di lavoro”!
E’ inutile, ormai non riesco a pensare ad altro, non ho alternative! O forse le ho ma il mio cuore finge di non vederle.
Ed è per questo motivo che sono qui, con le unghie conficcate nel legno della scrivania in attesa di udire un piccolo, impercettibile rumore provenire dallo studio.
Ma niente, intorno a me c’è solo silenzio. Un eloquente e tormentoso silenzio.
Mi dirigo verso le finestre, devo assolutamente distrarmi.
Nonostante la nebbia riesco ad intravedere le luci del Barrow Arctic Science Consortium. Il contrasto col buio delle piccole finestre illuminate è talmente vivace da far sembrare il paesaggio davanti ai miei occhi una dolce cartolina natalizia.
Sospiro, non provo nulla.
Per un’intera vita non ho fatto altro che sognare quel posto di lavoro. Ho studiato tanto passando le selezioni di ammissione a pieni punteggi ma, quando due giorni fa è arrivata l’attesa lettera di convocazione, non ho fatto altro che chiuderla in un cassetto. Ho una settimana per presentarmi al colloquio. Mi basterebbe una semplice telefonata per prendere un appuntamento e il gioco è fatto ma ormai non mi interessa più andarci. Il mio posto è qui.
Mi rivolto nuovamente verso la porta dello studio. Ancora silenzio.
Sono ormai venti minuti che la signorina Sanders è dentro ed è inutile negarlo, non è sicuramente qui per una banale visita specialistica.
Da tre mesi a questa parte si presenta in ambulatorio ogni venerdì alla stessa ora, quando ormai non ci sono più pazienti e non ha di certo l’aria di una persona malata. Arriva col suo lungo cappotto color porpora, dalla quale s’intravedono un paio di stivali scuri dal tacco vertiginoso e, in tutta la sua bellezza, si dirige direttamente nello studio.
Si trattiene per mezz’ora, a volte poco di più e quando esce ha la tipica espressione soddisfatta di chi ha ottenuto ciò che voleva.
Mentre spingo l’interruttore per chiudere le serrande automatiche la porta dell’ambulatorio si apre.
La signorina Sanders esce sorridendo, richiude la porta dietro di sé e con passo felino attraversa la stanza fino a raggiungere l’uscita. Si ferma un solo istante, giusto il tempo di sistemarsi il cappotto, poi se ne va senza dire una sola parola, nemmeno un saluto di cortesia.
Il crampo al pollice mi fa notare che le serrande sono ormai chiuse, non ho più motivo di inveire su quel povero interruttore così torno alla scrivania, prendo la borsa e la mia vecchia giacca a vento e mi dirigo davanti allo specchio.
Mentre mi sistemo la sciarpa non posso fare a meno di osservarmi.
Generalmente le persone mi ritengono piuttosto bella tuttavia io mi sono sempre considerata poco interessante. Ho dei banalissimi capelli castani, troppo lunghi per stare al loro posto. Gli occhi sono dello stesso colore e la carnagione è chiarissima, come quella di mia madre.
Se avessi solo un quarto della bellezza della signorina Sanders in questo momento sarei io ad uscire con l’espressione soddisfatta o probabilmente non starei affatto uscendo.
Invece sono pronta per rientrare a casa, più nervosa e triste che mai.
Un po’ci sono abituata lo ammetto, perchè mi sento sempre così al venerdì sera. E non solo perché odio quella donna ma perché mi attendono esattamente due giorni distanti dal Dottor Champbell.
Non so nulla della sua vita privata, se non che vive a Atqasuk, a ben 60 milia da qui.
Irraggiungibile dunque, sotto tutti i punti di vista soprattutto ora che sta per iniziare la notte artica.
Continuo a fissarmi nello specchio cercando così di prolungare il più possibile la mia presenza in ambulatorio.
Questa sera mi sento più agitata del solito, ho come la sensazione che stia per accadere qualcosa di terribile, ma non mi so spiegare cosa.
A interrompere i miei lugubri pensieri è l’acuta suoneria del mio cellulare. Frugo spasmodicamente nella borsa e non faccio in tempo a sollevare la cornetta che già sento le lamentele di Norah.
<Si può sapere cosa ci fai ancora lì? Non mi dirai che a quest’ora ci sono ancora dei pazienti? Guarda che pensi di saltare la cena non te lo perdonerò e sappi che non ti rivolgerò la parola per i prossimi venticinque anni!>
In preda ad un forte senso di colpa soffoco un grido, mi ero completamente dimenticata della cena ma almeno ora ho capito il motivo della mia agitazione.
Norah fa parte del comitato organizzativo e come tale sono giorni che si occupa della preparazione del circolo. Non ricordo il programma della serata per cui non ho modo di deviare la conversazione tuttavia mi sono ripromessa che questa volta non sarei mancata.
<Non ti preoccupare ho già indossato la giacca. Il tempo di chiudere l’ambulatorio e arrivo.>
<Tesoro ti ricordo che l’ultima volta che mi hai risposto così sei arrivata dopo due ore! Ti concedo dieci minuti!>
Norah riattacca la cornetta, attendere una mia inutile controbattuta sarebbe solo un ulteriore perdita di tempo.
<Prudence.>
Il nome, che a volte dimentico di avere, mi avvolge come un dolce e sensuale abbraccio.
Mi volto consapevole della presenza del Dottor Champbell sulla porta.
Capelli scuri rigorosamente legati alla nuca, naso dritto, labbra sottili e due occhi azzurri come il cielo, di quelli che si vedono solo sulle riviste.
Immacolato, nel suo camice bianco, mi sorride e si dirige verso di me.
<Mi servirebbe la cartella clinica del Signor Nigel Moore per cui scusami ma devo riaccendere il tuo computer.>
Con il cuore che batte vorticosamente mi allungo verso il pulsante d’accensione ma la sua mano anticipa la mia.
<Non preoccuparti, non c’è alcun bisogno che ti trattieni, posso fare da solo.>
Sorrido. Dovrei sentirmi sollevata dalla sua comprensione invece mi sento come se mi avesse pugnalato alla schiena. La mia preoccupazione non è restare ma andarmene.
<Oh ma non è un problema, posso tranquillamente fermarmi.> rispondo decisa allungandomi nuovamente verso il computer.
Il Dottor Champbell ritira la mano e io mi sento immancabilmente offesa. Non mi ha mai toccata, nemmeno per caso.
Ingoio l’amarezza e sfoderando un gentile sorriso mi metto alla ricerca della cartella richiesta. Purtroppo il sistema gestionale è talmente perfetto e veloce che non mi da nemmeno il tempo di digitare l’ultima lettera che già mi offre tutti i Moore presenti.
<Eccola qui, vuole che gliela stampo?>
<Non è necessario grazie, ho soltanto bisogno di verificare alcuni dati. E credimi non è nemmeno necessario che ti soffermi. Ho alcune cose da sbrigare per cui mi fermerò ancora un po’. Chiudo io stasera.>
Rassegnata mi sposto per concedergli di sedersi sulla sedia e mentre lo osservo sistemarsi comodamente non posso fare a meno di pensare alla signorina Sanders. Se ci fosse stata lei al mio posto dubito che l’avrebbe liquidata così velocemente.
<D’accordo come desidera.>
Ora dovrei augurargli un buon fine settimana, prendere la borsa e uscire dall’ambulatorio ma è più forte di me, non riesco a muovermi. I miei piedi sembrano inchiodato al pavimento.
Sento di nuovo quel senso di agitazione. Senza rendermene conto mi porto una mano alla gola e allento la sciarpa, ho l’impressione di soffocare.
<Prudence ti senti bene?>
La voce del Dottor Champbell mi riporta alla realtà e il respiro torna regolare.
<Sì… sì sto bene, grazie. Deve essere colpa del riscaldamento, ho dimenticato di abbassarlo. Rimedio subito.>
<Prudence aspetta.>
Il Dottor Champbell si alza dalla sedia e si avvicina a me, ovviamente mantenendo sempre un’insensata distanza.
<Credo che tu sia stanca e tra l’altro questa sera, c’è la cena al circolo ricreativo per cui non intendo trattenerti oltre. Voglio che te ne vai a casa, che ti riposi e che ti preoccupi solo della cena.>
Le ultime parole sono accompagnate da un gentile sorriso d’incoraggiamento e questo mi fa sentire ancora più immotivata nei confronti dell’imminente serata.
<Verrà anche lei?>
Quella domanda mi esce di bocca senza preavviso. Non ho la più pallida idea di quando il mio cervello l’ha formulata ma non posso tornare indietro per cui aggiungo: <E’ l’unica occasione mondana che offre Barrow, sarebbe un peccato perderla.>
La sua espressione mi fa sentire ridicola. Il suo sguardo compassionevole è più eloquente di ogni parola tuttavia, spinto probabilmente dall’educazione, mi risponde.
<Verrei molto volentieri credimi ma non posso, ho già preso un altro impegno.>
Il suo volto cambia espressione, sembra quasi sincero malgrado ciò, non mi resta altro che andarmene.
Così ci salutiamo cordialmente e stringendomi nella sciarpa esco dall’ambulatorio.
RATING FINALE : 7,29 /10
ROMANCE PARK
Benvenute a Romance Park, il luogo dove ogni scrittrice ha la possibilità di presentare i propri lavori al pubblico!

L'estratto di questa settimana si intitola "LA CUSTODE DEL CODICE", e il nick della sua autrice è ALICIA GILBERT. ATTENZIONE, si tratta di nomi di fantasia, che usiamo solo per distinguere i vari estratti tra di loro: il nome dell'autrice non è questo, ed il titolo finale del libro sarà diverso.
Vi ricordiamo le REGOLE DI ROMANCE PARK ( potrete trovare maggiori dettagli qui: http://romancebooks.splinder.com/post/20213710 ) :
-- sia le lettrici che le bloggers potranno votare l'estratto con un punteggio da 1 a 10, e naturalmente commentarlo;
-- se la scrittrice lo desidera (non è obbligatorio), può rispondere ai commenti e alle domande – ma lo farà sempre usando il nick;
-- tra una settimana esatta, chiuderemo il sondaggio, e la scrittrice scoprirà che voto le è stato dato dal pubblico.
-- IMPORTANTE: la scrittrice non rivelerà la propria identità a nessuno, né prima, né durante, né dopo il sondaggio. Le bloggers che hanno collaborato con lei alla preparazione del post (cioè Naan e MarchRose) faranno altrettanto, sia nei confronti delle altre bloggers che delle lettrici, e per correttezza si asterranno dal commentare.
LA CUSTODE DEL CODICE
di Alicia Gilbert
Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore.
Colin è un agente del governo inglese la cui missione è sorvegliare una donna che vive a Londra e che si sospetta passi informazioni a Napoleone. Jane Boregard è una conoscitrice di antichi codici e per questo è stata reclutata per un progetto inerente alla decifrazione dei messaggi segreti. Affascinato dalla donna, Colin l’avvicina e la seduce, ma dopo la sparizione del patrocinatore del progetto, decide che è arrivato il momento di fermarla. La scena seguente è quella in cui Colin e i suoi uomini vanno ad arrestarla, e Jane si rende conto che l’uomo che diceva di amarla l’ha invece ingannata.
La voce dell’uomo era intrisa di disprezzo, ma lei parve non accorgersi. Con la testa china e lo sguardo fisso soppesava ogni parola, in cerca di un significato diverso, di una giustificazione che spiegasse le azioni di Colin, l’uomo che aveva amato follemente e che ora la guardava con lo stesso disprezzo di quegli uomini sconosciuti. Come aveva potuto sbagliarsi tanto su di lui?
Perché il suo istinto non l’aveva avvertita?
Un nodo si formò nel suo petto e aumentò a dismisura, mentre le passavano rapidi nella mente gli istanti meravigliosi che aveva condiviso con lui. Menzogne, inganni, nient’altro che un pugno di polvere spazzato via dalla realtà. Il cuore le batteva rapidamente contro le costole. Chiuse le mani e si costrinse ad ascoltare ciò che diceva il suo accusatore. Lentamente, con immensa soddisfazione l’uomo elencò i capi d’accusa. Durante quel ridicolo monologo Jane fu tentata di protestare, poi li guardò negli occhi uno per uno, e allora comprese che non sarebbe servito a nulla opporsi perché essi avevano già deciso.
La luce del pomeriggio perse la sua brillantezza, affievolendosi a mano a mano che la sera avanzava. Guardò le braci nel camino, poi rivolse la sua attenzione in un punto indefinito della stanza, qualcosa che non fosse Colin, o uno di suoi compari. In quei pochi secondi comprese che quella sera si sarebbe conclusa la sua esistenza così come l’aveva concepita fino ad allora. Non l’avrebbero mai lasciata andare, lo avevano scritto in faccia.
Sentì una morsa gelida stringerle il cuore, opprimerle il petto, poi più nulla. Per lei che era sempre stata un concentrato di emozioni, quell’inerzia, la mancanza di ogni sentimento, fu fatale.
Vacillò, e nonostante i suoi sforzi le gambe cedettero. Fu solo allora che Colin allentò il ferreo autocontrollo che aveva guidato le sue azioni fino a quel momento, e rapido l'afferrò. Il malessere della donna lo colpì come un pungolo nella parte più recondita del suo essere.
«Uscite, tutti e due! Adesso!».
Il suo ordine secco fu pronunciato a voce bassa, ma entrambi gli uomini trasalirono affrettandosi a ubbidire. Il più giovane dei due tentò di replicare una volta giunto alla porta, ma lo sguardo duro e spietato del suo superiore gli fece riconsiderare la cosa.
Aprì la porta della biblioteca e poi la richiuse delicatamente alle sue spalle. Dall’esterno giunsero nitide le proteste della signora Muller e dei due uomini che cercavano di placare la collera della donna. Jane sentì la stretta di Colin ammorbidirsi attorno al suo corpo, nonostante continuasse a sorreggerla il tocco dell’uomo divenne tutto ad un tratto gentile.
Il suo respiro le sfiorò la guancia, solleticandole il viso.
Caldo e profumato.
Chinò la testa, e senza volerlo sfiorò con il mento la punta della piccola spilla che teneva sulla scollatura dell’abito.
Sentì immediatamente un curioso formicolio partire dal punto in cui la pelle aveva sfiorato l’argento del monile, e in pochi secondi un calore confortante si riversò in lei. Solo che assieme alla sensazione di benessere si sentì invadere da un’energia sconosciuta che la percorse dalla testa ai piedi.
Non seppe da dove si levava l’odio che risalì nelle sue vene come acido, sapeva solo che l’uomo che la circondava con le braccia era la causa del suo dolore.
E lo odiò, riversando su di lui la rabbia, la frustrazione e il carico immenso di dolore che fino a un istante prima l’aveva schiacciata.
Lui la scosse debolmente, poi l’afferrò per le braccia allontanandola da sé, in modo che fosse più agevole guardarla negli occhi.
«Dammi un motivo, dammi una sola ragione alla quale io possa aggrapparmi e ti porterò via, lontano dove nessuno ti troverà. Nessuno saprà mai chi sei», mormorò guardandola intensamente con i suoi occhi profondi che ora sembravano brillare di passione.
Jane non si scompose, limitandosi a osservarlo con distacco. In lei qualcosa si era come spezzato, sentiva freddo ora. Un gelo quasi doloroso la separava dal mondo, dalle emozioni, da Colin.
Lui non si arrese e l’abbracciò stringendola forte, mentre con le mani le percorreva la schiena in una carezza estenuante, lenta e struggente. Nel silenzio che seguì il respiro affannato dell’uomo si mescolò a quello appena percettibile della ragazza. Ormai tutto in lei era ridotto al minimo indispensabile. Il suo viso era talmente inespressivo e pallido da sembrare privo di vita.
Colin le sfiorò le labbra, continuando ad accarezzarla, blandendola, accogliendola come aveva fatto in passato.
Menzogne, una quantità immensa di menzogne. Jane non riusciva a pensare ad altro mentre lui continuava a stringerla a sé.
«E’ stata colpa di Cross, confessa Jane, dimmi dove diavolo si è cacciato quel bastardo!».
Lei sollevò la testa, voleva guardarlo negli occhi, ma le sembrò che l’oscurità aumentasse, chiudendosi attorno a lei. Perché non poteva vedere i suoi occhi bugiardi? Perché non si mostrava per quello che era, un mostro assetato di sangue, che dopo essersi nutrito della sua innocenza voleva portarle via l’unica cosa che ancora le consentiva di provare un briciolo di rispetto per se stessa! Il pensiero la investì dissipando ogni incertezza e dandole una visione della realtà lucida e dura come un diamante
Era dunque questo il suo diabolico intento? Dopo aver distrutto tutto di lei, ora voleva uccidere suo padre.
Colin, il suo amore, Colin il suo nemico.
«Dimmi solo una cosa», gli mormorò sulle labbra «pensi veramente che scambierei lui per te?».
Socchiuse le palpebre e inclinò la testa di lato, poi gli sorrise con disprezzo, un istante prima che Colin l’allontanasse di scatto, spingendola lontano.
Jane barcollò all’indietro, allargò le braccia e rovinò sopra la scrivania.
Il mostra rombi del capitano Muller cadde con un fragore spaventoso sul pavimento. La signora Muller cominciò a battere i pugni contro la porta, mentre le urla degli uomini coprivano il pianto spaventato delle altre ospiti. Ma nessuno osò disubbidire agli ordini dell’uomo. Con due rapide falcate Colin la raggiunse.
L’afferrò, furioso con lei e con se stesso, e col ringhio basso di un’animale ferito la sbatté contro il muro, sollevandola finché i loro occhi furono alla stessa altezza.
Jane lo guardò incurante delle dita di lui che si chiudevano attorno alla gola. Non aveva paura. Se in lei fosse rimasta la capacità di provare qualcosa si sarebbe stupita di quella totale assenza di emozioni, invece ora ciò che la colmava era l’inerzia e la freddezza del nulla. Le dita di Colin continuavano a circondarle la gola. Le sentì premere e mentre il respiro si affievoliva. Continuò a guardare il bellissimo volto del suo amante distorcersi nell’ira. Come aveva potuto ingannarsi tanto? Improvvisamente Colin la baciò, poi allentò la stretta. Lentamente le sue dita lunghe e forti le sfiorarono il volto, quasi senza toccarla, come se attraverso la pelle volessero imprimere i tratti del suo volto. Quegli occhi che erano passati dal disprezzo alla furia, cambiarono ancora. Ma questa volta si riempirono di lacrime. «Un nome … dammi un nome e tutto sarà finito», sussurrò sulle sue labbra.
Lo guardò deglutire, vide la sua pena. La provò dentro di sé. Non stava mentendo, per quanto lui l’avesse tradita, l’aveva anche amata. Il pensiero penetrò nella cortina di gelo che la separava dal mondo. Prima che l’amore riuscisse dove l’odio aveva fallito Jane decise che era arrivato il momento. Si allontanò da lui, lasciò che il gelo raggiungesse ogni cellula del suo corpo come il fiume che ritrova il suo corso. Le barriere che aveva sollevato contro le influenze del suo retaggio vennero spazzate via dal flusso di energia che la pervase. Un canto s’innalzò in una parte della sua mente, e lei ne fu lieta. Chiuse gli occhi e sollevò la testa, allungando le mani ai lati dal suo corpo. Poi puntò lo sguardo su di lui. Le iridi dei suoi occhi si allargarono e il potere fluì da essi.
«Ti maledico Colin, non avrai mai pace, questo è ciò che ti lascio, io figlia del Sator!».
Ma mentre lui avanzava verso di lei, il sortilegio che Jane aveva evocato squarciò il velo del futuro. La consapevolezza di ciò che sarebbe presto accaduto la pietrificò. Il suo gemito fu quello di un animale ferito.
«No, no … lei no», mormorò prima di accasciarsi sul pavimento, con le mani premute in grembo. Allora fu invasa dalla consapevolezza, e seppe che tutto era accaduto esattamente come era stato disposto dal destino. Il panico la invase. La stanza prese a turbinarle attorno. Lei era l’unica che avrebbe potuto impedire al male di scatenarsi se solo non si fosse ostinata per tanto tempo a respingere il potere. Ma adesso era troppo tardi. Il peso della colpa la schiacciò, e il pianto si levò straziante. Chiusa tra le braccia di Colin, Jane pianse per quello che il futuro riservava ad entrambi.
RATING FINALE : 7,87 /10
ROMANCE PARK
Benvenute a Romance Park, il luogo dove ogni scrittrice ha la possibilità di presentare i propri lavori al pubblico!

L'estratto di questa settimana si intitola "IL CUORE DI UN UFFICIALE", e il nick della sua autrice è CLAIRE ANDRYANE. ATTENZIONE, si tratta di nomi di fantasia, che usiamo solo per distinguere i vari estratti tra di loro: il nome dell'autrice non è questo, ed il titolo finale del libro sarà diverso.
Vi ricordiamo le REGOLE DI ROMANCE PARK ( potrete trovare maggiori dettagli qui: http://romancebooks.splinder.com/post/20213710 ) :
-- sia le lettrici che le bloggers potranno votare l'estratto con un punteggio da 1 a 10, e naturalmente commentarlo;
-- se la scrittrice lo desidera (non è obbligatorio), può rispondere ai commenti e alle domande – ma lo farà sempre usando il nick;
-- tra una settimana esatta, chiuderemo il sondaggio, e la scrittrice scoprirà che voto le è stato dato dal pubblico.
-- IMPORTANTE: la scrittrice non rivelerà la propria identità a nessuno, né prima, né durante, né dopo il sondaggio. Le bloggers che hanno collaborato con lei alla preparazione del post (cioè Naan e MarchRose) faranno altrettanto, sia nei confronti delle altre bloggers che delle lettrici, e per correttezza si asterranno dal commentare.
IL CUORE DI UN UFFICIALE
di Claire Andryane
Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore.
Farida è una ragazza libanese che si è da poco laureata all’università di Beirut e che spera di trovare lavoro come interprete presso un’organizzazione umanitaria. Alain Xavier è un giovane ufficiale che appartiene alle forze speciali della marina francese, impegnate di solito in azioni rapide e pericolose nelle zone di guerra. Le loro strade si incrociano a Beirut nell’agosto del 1991: entrambi vengono, infatti, feriti, dallo scoppio di una mina durante l’evacuazione dall’ambasciata francese del discusso generale Michel Aoun. Accanto a loro agiscono in questa storia un reporter di guerra che scrive per il quotidiano “Libération” e che aiuterà Xavier a far ricoverare Farida in un ospedale parigino e Clémentine, l’ex fidanzata di Xavier che è anche lei un’ufficiale della marina e che cercherà di riconquistare quello che considera il suo uomo.
Xavier, Alain Xavier come era scritto nei suoi documenti, era, all’epoca della fine della guerra in Libano, un giovane ufficiale della marina francese.
In Libano, infatti, la guerra durava ormai da quindici anni, una guerra contrassegnata da cambiamenti di fronte e di alleanze, ma anche da stragi di civili.
Nel 1990 il generale Michel Aoun che aveva nell’ultimo anno combattuto contro i siriani, comprendendo, dopo settimane di bombardamenti serrati sul suo quartier generale, che ormai non aveva nessuna possibilità di vincere, si era rifugiato nella sede dell’ambasciata francese a Beirut, contando sull’appoggio dell’ambasciatore René Ala ed era stato, quindi, necessario garantire a lui e ai suoi più stretti collaboratori di lasciare la capitale libanese e di rifugiarsi in Francia, ma, anche se alcune navi della marina francese incrociavano già da diversi mesi nelle acque antistanti le coste del Libano, per garantire, nel caso di un peggioramento della situazione, l’evacuazione dei cittadini francesi, presenti ancora nel paese, non sarebbe stata comunque un’impresa facile portare fuori da Beirut una persona che diverse fazioni volevano vedere morta.
Nel 1991, quando, dopo un permesso del governo libanese, il generale Aoun era stato evacuato, Xavier aveva pensato che per un militare non era possibile pensare che la guerra fosse del tutto inutile, per quanto avevano iniziato dall’inizio degli anni ’80 a diffondersi le cosiddette “missioni di pace”, autorizzate dall’Onu o da altri organismi internazionali e nel 1982 una missione internazionale, a cui aveva partecipato anche la Francia, era intervenuta proprio in Libano, eppure, anche in una missione di pace, poteva capitare, in caso di attacco da parte di qualche forza armata locale, che potessero esserci morti e feriti.
Xavier sapeva che la sua non era più l’epoca della seconda guerra mondiale, dove aveva combattuto suo padre e dove si sapeva chi era dalla parte giusta e chi era da quella sbagliata o forse (aveva pensato spesso Xavier) soltanto a metà della guerra le cose si erano delineate con più chiarezza, visto che, in fondo, in un paese democratico e civile come la Francia, c’era stato il “regime collaborazionista” di Vichy e non tutti, soprattutto nelle classi sociali elevate, avevano subito aderito alla resistenza. Anche suo padre, in fondo, aveva avuto dubbi e ripensamenti, di cui non parlava volentieri, prima di maturare questa scelta.
Beirut, agosto 1991
Qualche mese dopo la fine della guerra civile, Beirut era una città apparentemente pacificata, ma sembrava che l’accordo di pace, raggiunto due anni prima a Taef fosse ancora piuttosto fragile, anche se l’autorizzazione all’evacuazione del generale Aoun, che viveva da diversi mesi nell’ambasciata francese, dove si era rifugiato l’anno precedente, era un segnale chiaro di chiusura con il passato.
L’esilio in cambio della libertà era un compromesso più che accettabile per chi in quindici di guerra aveva commesso, come tutti gli altri protagonisti della recente storia libanese, diversi errori e violenze.
Quindici anni di guerra avevano, nel frattempo, disseminato il territorio libanese di mine e così quel giorno dell’agosto 1991 una mina era scoppiata al momento sbagliato e nel posto sbagliato, proprio durante l’evacuazione del generale Aoun dall’ambasciata francese, ferendo lievemente Xavier ed un altro ufficiale che erano stati raggiunti dalle schegge dell’ordigno, ma ferendo gravemente una ragazza libanese.
Xavier l’aveva saputo, però, soltanto alcune settimane dopo, quando un giornalista aveva rintracciato la ragazza ferita che aveva raccontato in un articolo pubblicato su un quotidiano francese la sua storia e così Xavier aveva deciso di rintracciare il giornalista, a cui aveva chiesto di informarsi se era possibile, attraverso qualche organizzazione umanitaria, far uscire la giovane dal Libano per farla ricoverare in un ospedale francese.
L’unica cosa che aveva chiesto al giornalista era di mantenere, almeno inizialmente, il segreto sulla sua identità.
“L’evacuazione del generale Aoun era un operazione delicata, affidata alle forze speciali della marina francese, in cui non erano permessi né imprevisti né fallimenti, ma, anche se apparentemente è andato tutto bene, in realtà lo scoppio di quella mina ha rovinato la vita ad una persona.”
“E adesso voi volete rimediare?”
“Sì, forse sono in ritardo per rimediare, ma quel giorno non era possibile fermarsi o tornare indietro per capire cosa era accaduto… quello scoppio poteva anche essere voluto e non casuale. Il generale Aoun ha in Libano parecchi nemici che avrebbero potuto avere la tentazione di eliminarlo proprio durante il trasporto dall’ambasciata francese ad una nave della marina militare. Per questo da mesi il generale non metteva il naso fuori dall’ambasciata francese a Beirut proprio per paura che gli potessero far la festa.”
Parigi, settembre 1991
La giovane era giunta in Francia un mese dopo ed era stata ricoverata in un ospedale parigino, dove le avrebbero applicato una protesi che avrebbe sostituito la gamba persa a causa dello scoppio della mina.
Xavier, nonostante fosse di solito una persona prudente, non aveva resistito al desiderio di vedere come stava e così si era recato in ospedale.
“In fondo dell’operazione di evacuazione da Beirut del generale Aoun ormai hanno parlato anche i giornali e non ci sono più rischi, se vado a farle visita.” Si era detto, anche se temeva le domande di una sconosciuta che si sarebbe comunque chiesta, perché si stava interessando alla sua sorte.
Ed, infatti, la giovane gli aveva chiesto: “Chi siete? E perché siete venuto a trovarmi?”
“Ho letto della vostra storia su un giornale e volevo vedere come stavate.”
“E perché vi interessa tanto la mia sorte?”
“Anche i militari hanno dei sentimenti, per quanto, a volte, debbono nasconderli per affrontare alcune situazioni.”
“Allora eravate a Beirut ad agosto e c’entrate qualcosa con quello che mi è accaduto?”
“No, non c’entro nulla, le mine sono ordigni piuttosto rudimentali e poco selettivi, magari servono per colpire i nemici e, poi, invece, restano inesplose e feriscono a scoppio ritardato qualche civile.”
“Questo lo so, non serve che me lo spieghiate voi… in quindici anni di guerra è una cosa che imparano pure i bambini.”
“D’accordo, ma voi ora potreste non essere qui in un ospedale moderno ed efficiente, dove vi stanno curando in modo adeguato.”
“Allora ditemelo chiaramente che io ho un debito con voi e che siete venuto a trovarmi per riscuoterlo.”
“No, no, non avete nessun debito… io sono venuto solo per assicurarmi che stavate meglio, ma me ne vado, visto che la mia presenza vi infastidisce.”
“Non è che mi infastidisce, è che vorrei capire perché con tante persone che in un paese in guerra come il Libano restano ferite a causa dello scoppio di una mina, vi siete interessato proprio a me…”
“Per me gli altri sono delle vittime anonime, voi, invece, grazie all’articolo del giornalista di “Libération” che ha raccontato la vostra storia, avete un nome… e poi meglio aiutare una persona soltanto, perché si è rimasti colpiti dalla sua storia che non aiutarne nessuna…”
Xavier sapeva che quella era solo una parte della verità, ma non aveva alcun desiderio di spiegare davvero a Farida perché si fosse preso tanto a cuore la sua vicenda.
Farida si era istintivamente messa sulla difensiva, perché quindici anni di guerra le avevano insegnato a non fidarsi dei militari che spesso si lasciavano andare a gesti di violenza o che, anche quando erano gentili, potevano nascondere un secondo fine e Farida era consapevole di essere una ragazza giovane, non bellissima, ma comunque graziosa, sola in un paese straniero.
Pensava, perciò, che, se avesse incoraggiato Xavier con le sue parole e i suoi atteggiamenti, sarebbe stato facile per lui vedere in quel comportamento un’autorizzazione a prendersi delle libertà nei suoi confronti, ma, nonostante tutta la sua strategia di difesa, non poteva negare di essere attratta da lui: “Sono una sciocca! Viene un ufficiale francese, giovane e pure carino a trovarmi ed io l’ho tratto a pesci in faccia… ma no, ho fatto bene, io, appena terminata la riabilitazione, tornerò in Libano e non ci vedremo più, perciò, è meglio che non lo guardo neppure… però, in un paese in guerra, le mine scoppiano ogni giorno ed un militare lo sa, allora, come mai si interessa tanto alla mia sorte?! E se, invece, non tornassi più in Libano e restassi in Francia… in fondo, ho finito da poco l’università ed un lavoro, forse, potrei trovarlo anche qui… ma no, la mia famiglia non mi farebbe mai restare da sola in una grande città come Parigi… e poi, se sapessero che ho una relazione con un militare francese, mi farebbero tornare subito a casa… però, però, non è niente male e un bacio come ringraziamento, per avermi fatta arrivare sin qui, potrei anche concederglielo…”
Xavier da parte sua si sentiva libero di pensare a Farida e di fantasticare su di lei, perché erano diversi mesi che aveva lasciato la sua ex fidanzata, ma nello stesso tempo era abbastanza realista da sapere che la loro storia non poteva avere un futuro: “Ho sbagliato ad andarla a trovare… cosa mi aspettavo? Che mi gettasse le braccia al collo per la gratitudine?! La guerra rende le persone più schiette, ma anche più dure e in fondo io non le ho neppure spiegato chi sono e perché mi importa di lei. Però, carina è carina e non si nota neppure troppo che ha una gamba finita… ma no, cosa mi metto a pensare… io faccio un lavoro rischioso e non posso permettermi pure di imbarcarmi in una relazione, complicata dalla distanza geografica e dalla nostra differente formazione culturale… e poi i suoi genitori pretenderanno certamente che torni a casa, appena si sarà rimessa… ed, infine, io ripartirò a breve per qualche missione all’estero e presto questa vicenda sarà solo un lontano ricordo.”
RATING FINALE : 5,9 /10
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ROMANCE PARK
Benvenute a Romance Park, il luogo dove ogni scrittrice ha la possibilità di presentare i propri lavori al pubblico!

L'estratto di questa settimana si intitola "IL BARO", e il nick della sua autrice è ANDREA PRACHETT. ATTENZIONE, si tratta di nomi di fantasia, che usiamo solo per distinguere i vari estratti tra di loro: il nome dell'autrice non è questo, ed il titolo finale del libro sarà diverso.
Vi ricordiamo le REGOLE DI ROMANCE PARK ( potrete trovare maggiori dettagli qui: http://romancebooks.splinder.com/post/20213710 ) :
-- sia le lettrici che le bloggers potranno votare l'estratto con un punteggio da 1 a 10, e naturalmente commentarlo;
-- se la scrittrice lo desidera (non è obbligatorio), può rispondere ai commenti e alle domande – ma lo farà sempre usando il nick;
-- tra una settimana esatta, chiuderemo il sondaggio, e la scrittrice scoprirà che voto le è stato dato dal pubblico.
-- IMPORTANTE: la scrittrice non rivelerà la propria identità a nessuno, né prima, né durante, né dopo il sondaggio. Le bloggers che hanno collaborato con lei alla preparazione del post (cioè Naan e MarchRose) faranno altrettanto, sia nei confronti delle altre bloggers che delle lettrici, e per correttezza si asterranno dal commentare.
IL BARO
di Andrea Prachett
Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore.
Il prologo, ambientato tre anni prima, fa riferimento al furto di una famosa pietra preziosa. Scotland Yard si occupa delle indagini che mostrano il coinvolgimento di un famoso criminale, James Bird. Unico testimone: Mouce.
LONDRA 1855
Una stanza linda, non lussuosa ma sobriamente confortevole, con un letto, l’occorrente per le abluzioni mattutine, ed altri oggetti di routine.
Al centro di essa, dinanzi uno specchio opaco, una figura appena accennata alla fioca luce di una lanterna si mosse precisa ed essenziale in una pratica di norma portata a termine da un cameriere personale.
Su una poltrona imbottita ma sdrucita posta accanto al letto si andava formando una piramide di vestiti che, ad un primo acchito, sembravano appartenere ad un gentiluomo: una camicia di batista bianca, una cravatta di seta, pantaloni di nanchino chiaro, un gilet bianco e per concludere una redingote blu.
Blanda eleganza.
Il gentiluomo, in penombra, si portò dinanzi il camino, si accovacciò, e d’improvviso una fiammata si levò dai precedenti ciocchi morenti.
< che squallida topaia…non si degnano neanche di alimentare il fuoco! > esclamò in modo molto poco signorile colui che adesso può essere identificato come il capitano Coldbridge.
Indossò in fretta una vestaglia, invero eccessivamente stazzonata e lisa per poter appartenere ad un gentleman, per poi dirigersi allo scrittoio.
Una volta sedutovi afferrò un foglio in bilico sull’orlo del tavolo e si apprestò a consultarlo
< domani sera di nuovo teatro, e, dannazione, nuovamente un balletto…mai una volta che Albert mi porti a vedere l’Opera! > borbottò il capitano lasciando cadere il foglio con uno svolazzo.
Incrociando le mani dietro la nuca continuò
< ma dovrò riuscire ad entrare al White’s > al Teatro di sua Maestà, difatti, sarebbe stato finalmente presentato, o si sarebbe presentato, al Duca di Hurst, e Coldbridge, invero, contava di impressionarlo favorevolmente ed ottenere, in tal modo, il perfetto lasciapassare per uno dei club più esclusivi di Londra, e non solo.
Era risaputo che l’affascinante Duca era solito dirigersi al White’s dopo il teatro del giovedì.
E Coldbridge l’ avrebbe atteso con impazienza.
La mente del capitano tracimava di idee sul modo in cui gettar l’amo all’imperturbabile Nathaniel, ed era da due settimane che Coldbridge lo osservava attentamente, nelle compagnie che bazzicava, le donne, per bene e non, che frequentava, i clubs più esclusivi in cui amava intrattenersi, i suoi orari e i suoi sport preferiti.
Si era delineato un preciso schema riguardo il duca, da cui Coldbridge ne aveva tratto alcune illazioni: Nathaniel Seaross, duca di Hurst, era un uomo in cui l’abitudine a comandare era talmente radicata che ormai assumeva un aspetto preponderante del suo carattere; una persona fredda, calcolatrice, incapace di sorprendersi, imperturbabile e di una protervia pericolosa; amante delle sfide e delle belle donne ed in cerca di una moglie.
La magnifica Dorothea Buckstone pareva la prescelta, sebbene era anche rinomata la celerità con cui Hurst cadeva preda della noia, noia che, per il duca, rappresentava il suo peggior nemico e che avrebbe portato ineludibilmente ad un, si potrebbe definir così, “avvicendamento emotivo”.
Non ci sarebbe stato quindi da rimaner basiti se il duca si fosse, alla fin fine, solo svagato con la stella della stagione, sebbene in tal occasione sembrava che il corteggiamento fosse se non serio, decisamente meno illusorio di molti altri.
Inoltre, i pettegolezzi al Crockford’s, che mai Coldbridge si era lasciato sfuggire, parlavano di un peculiare interesse da parte del nonno materno di Sua Grazia, il conte di Kramer, nei confronti della figlia di Lord Wart come eccellente candidata al ruolo di futura duchessa.
In tal caso, Nathaniel non avrebbe potuto scherzar col fuoco e rischiare di incorrere nelle ire del nonno, unico parente in vita che il duca possedesse oltre che famigerato, integerrimo e oltremodo conservatore vegliardo che ben poco apprezzava gli eccessi del già ampiamente blasonato nipote.
Immerso nelle sue riflessioni che palesavano un eclettico, per non dir sospetto, interesse nei confronti di Seaross, il capitano Coldbridge non prestò caso all’imminente sorger del sole: era ormai alba inoltrata, gli uccellini cinguettavano ad infrangere la quiete della notte, mentre i primi raggi del sole, introdottisi furtivamente attraverso l’unico balcone presente, trafiggevano il pulviscolo che aleggiava indisturbato nella stanza al secondo piano della locanda.
Nathaniel Seaross, andava pensando il capitano, davvero, davvero un bel soggetto, sarà un piacere farlo cadere nella mia rete, sebbene sappia con certezza che mi accingo al compiere un’impresa certamente non facile. Seaross è un pesce grosso, ma la sua amicizia mi aprirà le porte di tutta la Londra esclusiva.
Il gioco vale la candela.
Con tali pensieri Coldbridge si tolse la vestaglia con l’intenzione di indossare la camicia da notte e riposarsi in attesa della prodiga, era certo, giornata che l’attendeva, invero ormai alle porte.
Ma prima un’ultima incombenza: non avrebbe resistito un minuto di più in quelle condizioni!
Attaccò con ferocia i nodi ben stretti sulla schiena cercando di districarli, maledicendo nel frattempo la natura che gli aveva imposto tali torture per poter portare a termine i suoi scopi.
Finalmente vi riuscì, e con un sospiro di sollievo fece volteggiare sullo scabro e spoglio pavimento un’ampia fascia bianca molto lunga, e laddove ci si sarebbe aspettati di trovarvi un petto villoso o quantomeno piatto, si delineò chiaramente un seno di donna.
Coldbridge, col sorriso sulle labbra, fece per togliersi anche la parrucca castana che evidentemente recava, mostrando una lunga cascata di boccoli del nero più infernale.
Il capitano Coldbridge si era momentaneamente dileguato per ceder il passo ad un’anacronistica bellezza bruna, dalla pelle più scura del conveniente, più alta del dovuto, con un paio di occhi lievemente a mandorla di un color dell’ambra talmente chiaro da sembrar d’oro fuso.
Particolare sfuggito agli amici del capitano Coldbridge, per quel suo modo tutto originale di socchiudere pesantemente le palpebre, così da ottenere un risultato di perenne insofferenza e da celare allo sguardo indiscreto dei curiosi, occhi facilmente riconoscibili nella loro stranezza.
Inoltre, sir Albert Crowford, oramai intimo ed inseparabile amico del capitano, avrebbe smesso di lambiccarsi il cervello nel vano tentativo di imitare la cadenza tonale di Coldbridge, che tanti cuori femminili aveva fatto palpitare più forte: parole strascicate, riso flessuoso, una voce roca e seducente che invitava all’arcano, colma di promesse impronunciabili e magiche.
Nient’altro che una voce di donna camuffata.
Finalmente privata dei temibili accorgimenti adottati, Morgana Briggs infilò la camicia da notte rosa da cui non si separava mai: una camicia, invero, di dimensioni ridotte, da bambina quasi, molto accollata e corta sino alle ginocchia, con un fiocco dello stesso colore applicato al centro sopra il petto.
Se chiudeva gli occhi e prestava attenzione, Morgana avrebbe avvertito, come sempre le capitava al preceder del sonno, un lieve, tenue, etereo ma reale profumo di lillà, il profumo della madre.
E da tal brezza paradisiaca questa strana ragazza si lasciava cullare, lasciando ceder le sue barriere, fugando del tutto la presenza del suo alter ego, smettendo gli usuali panni di uomo forte e calcolatore per conceder fiato alla bambina di sette anni che non chiedeva altro se non d’essere amata.
Ogni sera, o alba che dir si voglia, il Capitano Coldbridge piangeva sino ad addormentarsi.
Tre colpi battuti alla porta la fecero scattare come una molla giù dal letto, afferrare la pistola sotto il cuscino ed appressarsi silenziosa come un gatto all’uscio. Col cuore che tambureggiava in petto si appiattì al legno grezzo che la separava da quella visita inattesa e disse
< il gin è finito brutto bastardo, e adesso fuori dai piedi >
Attese con pazienza, la pistola spianata finchè non giunse la risposta che si aspettava, secondo il codice
< gin? Robaccia, voglio solo del bourbon > sussurrò una voce trillante di donna.
Morgana sorrise riconoscendo la proprietaria di quella voce, sollevò verso l’alto la canna della pistola ed aprì la porta.
Una zaffata penetrante di profumo scadente la investì come un pugno facendole arricciare il naso nel momento in cui una donnina bassa e tondetta la stringeva in un abbraccio convulso.
< hai ricevuto il mio biglietto allora, suvvia Lacoque, mi stai incrinando le costole e oggi mi servono tutte quante > mormorò abbracciandola a sua volta, sebbene impedita dall’arma.
< oh mon Dieu, oh mon Dieu cherìe, pensavo davvero che ti avessero fatto la pelle, e mi sono ricordata che non mi avevi pagato l’ultimo mese di affitto, ma sapevo che non saresti mai andata all’altro mondo senza prima saldare i debiti…> Morgana attaccò a ridere considerando che l’avidità di quella donna era leggendaria in tutta Londra
< oh davvero, non avrei mai potuto farti un tiro del genere. Schiattare senza prima pagarti l’affitto? Giammai, sarebbe stato davvero da maleducati >
Morgana si staccò a forza dalla donna, chiuse la porta e si voltò
< ti ha seguito qualcuno? > chiese con piglio austero
< ma chère mi offendi, la regina di Spitalfields tampinata? Quell’allocco di Bird si crede furbo, sarà anche vero, ma i tirapiedi che ha piazzato di guardia alla mia maisòn sono proprio delle pecore incapaci, ormai conosco i loro punti deboli > e sorrise maliziosamente
Gli occhi di Morgana si incupirono
< immaginavo che quell’avvoltoio non si sarebbe dimenticato di me, neanche dopo tre anni > si sedette sul letto, posò la pistola sul lenzuolo bianco ed indicò alla sua ospite di accomodarsi sulla sedia lì accanto
< Morgana tesoro devi andare via da Londra, non so per quale miracolo tu sia sopravvissuta sino ad ora ma non forzare ancora la fortuna > la pregò Lacoque sedendosi.
L’abito color prugna che portava era davvero sensazionale, ma ancor più vedere come l’ampia gonna, a causa della crinolina, si sollevasse in modo spropositato facendola apparire come un pacchetto regalo tutto fiocchi e pizzi. Con la sua statura terribilmente bassa era una fortuna che riuscisse a tirare fuori la testa dall’abito.
< sai perché sono qui > rispose
La donna sospirò ed abbassò lo sguardo
< che succede Lacoque? >
< mia cara ragazza, all’epoca non ebbi modo di avvertirti, non sapevo dove fossi, e se fossi in vita…Mouce è stato trovato morto nel suo tugurio…dopo…dopo…una visita di due giorni a Scotland Yard. Ha cantato a quanto pare, perché mi sono ritrovata la polizia in casa >
Morgana gelò.
< quel miserabile idiota > sbottò alzandosi dal letto ed iniziando a camminare nervosa senza minimamente dispiacersi per la sua fine. D’altronde era più che prevedibile che Bird gli avesse reso pan per focaccia
< mi ha interrogata un uomo, un uomo davvero inquietante Morgana, i suoi occhi verdi parevano senz’anima, non mostrava la minima emozione. Non ricordo il nome so solo che ha perquisito la tua stanza e si sono portati via tutto > la fissò per un momento prima di riabbassare lo sguardo
< anche il medaglione, ed io non ho potuto fermarli altrimenti mi avrebbero torchiato finchè non avessi detto tutto sul tuo conto >
Morgana strinse i pugni, quel medaglione era troppo prezioso per lei, rappresentava il suo unico legame col passato.
< ti sei comportata egregiamente > la rassicurò, appurando la sua espressione ansiosa
< la polizia non è più venuta al mio bordello cherìe, ma non mi è piaciuto lo sguardo di quell’uomo, stai attenta e non sottovalutare neanche Bird. Non si muove foglia a Londra senza che lui lo sappia per cui evita di dedicarti ai tuoi passatempi > le consigliò.
Morgana la fissò per un minuto buono, desolata per il medaglione scomparso
< stai tranquilla tesoro, adesso sto interpretando uno dei miei personaggi e frequento l’alta società. Derubo i caproni nobiliari alle carte e nessuno sospetta nulla. Desideravo fare l’ultima incursione qui a Londra, riprendere il medaglione e con i guadagni delle carte partire per il continente…ma a quanto pare niente si risolve mai come dovrebbe >
Chiuse gli occhi, non volendo palesare all’amica il dolore che provava per la perdita di quell’oggetto tanto amato.
< e…e adesso cosa hai intenzione di fare? > chiese Lacoque
Morgana la guardò con occhi che terrorizzarono la donna…non si sarebbe mai abituata a quella strana tonalità che le tingeva lo sguardo.
Ma in quell’attimo fu l’estrema rabbia che denotavano a preoccuparla
< semplice, i piani non cambieranno, ma mi riapproprierò di ciò che è mio! >
RATING FINALE : 6,08 /10
ROMANCE PARK
Benvenute a Romance Park, il luogo dove ogni scrittrice ha la possibilità di presentare i propri lavori al pubblico!

L'estratto di questa settimana si intitola "UNA VITA IN CERCA D'AMORE", e il nick della sua autrice è ANNIE SHIARELL. ATTENZIONE, si tratta di nomi di fantasia, che usiamo solo per distinguere i vari estratti tra di loro: il nome dell'autrice non è questo, ed il titolo finale del libro sarà diverso.
Vi ricordiamo le REGOLE DI ROMANCE PARK ( potrete trovare maggiori dettagli qui: http://romancebooks.splinder.com/post/20213710 ) :
-- sia le lettrici che le bloggers potranno votare l'estratto con un punteggio da 1 a 10, e naturalmente commentarlo;
-- se la scrittrice lo desidera (non è obbligatorio), può rispondere ai commenti e alle domande – ma lo farà sempre usando il nick;
-- tra una settimana esatta, chiuderemo il sondaggio, e la scrittrice scoprirà che voto le è stato dato dal pubblico.
-- IMPORTANTE: la scrittrice non rivelerà la propria identità a nessuno, né prima, né durante, né dopo il sondaggio. Le bloggers che hanno collaborato con lei alla preparazione del post (cioè Naan e MarchRose) faranno altrettanto, sia nei confronti delle altre bloggers che delle lettrici, e per correttezza si asterranno dal commentare.
UNA VITA IN CERCA D'AMORE
di Annie Shiarell
Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore.
Il seguente è un brano estratto dalle prime pagine di un romanzo contemporaneo. E' la storia di una giovane donna che proprio non riesce a fare la giusta scelta, in amore sbaglia sempre. Si sviluppa con l'apporto di numerosi falsh back che interrompono le vicende affrontate dalla protagonista, per meglio spiegare il già vissuto.
In particolare l'incontro che si sviluppa nell'estratto è con il primo vero amore, quello adolescenziale e poetico e per questo molto doloroso nella sua delusione.
Che bella giornata di sole. Azzurra come il cielo sereno che si specchia in un mare d’estate. Esce di casa di fretta come al solito, mentre pensa a tutto ciò che ha messo in borsa… e come al solito ha dimenticato qualcosa: oggi sono solo gli occhiali da sole, per fortuna nulla di vitale importanza; oddio proprio oggi, con quelle occhiaie, sicuramente sarebbero stati utili.
Con questi pensieri a frullare i neuroni si avvia verso la corriera, distratta, e non vede l’autobus partire finché non le taglia la strada. Accidenti anche quello era utile. Giornata no!
Sale sulla corriera sempre in ritardo “Oggi perderò la coincidenza con l’autobus come l’ho perso qui. Uffa era meglio restare a letto”.
Si a letto, ma se proprio per non guardare il letto e piangere tutta la giornata era uscita di corsa di casa dimenticando gli occhiali.
Quel letto ormai vuoto da quando lui era andato via. Via da lei, dalla sua casa, dalla sua vita lasciandola sola e disperata.
Erano già trascorsi 9 mesi da che era sola,ma ancora contava le ore. Ultimamente poi l’astinenza prolungata le aveva portato un rinnovarsi della sofferenza. Doveva decidersi almeno a trovare qualcuno su cui sfogare tutta quella energia sessuale repressa altrimenti sarebbero stati guai.
Si guai tipo accettare la corte di quel collega con moglie e figli e poi morire di sensi di colpa, oppure affezionarsi al primo che riuscisse a soddisfarla di nuovo. Eh già perché è sempre stato il suo più grande limite quello di non riuscire a fare sesso fine a se stesso. No lei è una sentimentale. Deve sempre innamorarsi prima (o durante magari) di concedersi. E questa sua debolezza non le ha mai permesso di godere di un’avventura. Anzi l’ha sempre messa in fuga da chi prometteva di farla godere…
Arrivata alla sua fermata scende e si avvia a piedi verso l’ufficio. In fondo una mezz’oretta di passeggiata mattutina non può farle che bene. Fisicamente e anche moralmente. E le permetterà anche di fantasticare un altro po’… magari le sarà utile per concentrarsi poi a lavoro.
Mentre si avvia a passo spedito, continuando a sognare ad occhi aperti, di slancio attraversa la strada e… un’auto inchioda. Si gira per scusarsi con l’autista della sua sbadataggine e lo vede. Incrocia il suo sguardo e decide di salire in auto. Lui l’accoglie con un caldo sorriso e uno sguardo sorpreso.
“Sei salita?! Non ci speravo!”
“In questo momento mi fa male stare da sola”
“Troppi pensieri?”
“eh già! E neanche piacevoli” lo sussurra soltanto ma lui la sente, se ne accorge da come ricambia lo sguardo.
Ha un po’ timore di quello sguardo perché racconta anche altre cose, un piacere di vederla che và oltre l’amica ritrovata dopo tanto tempo, racconta di un discorso interrotto ma mai chiuso, di speranze mai perdute e desideri non ancora soddisfatti.
Sotto il suo sguardo si sente di nuovo seducente, pur non facendo nulla per esserlo, si sente desiderata e molto tentata di dare libero sfogo a queste sensazioni. Adesso che è sola potrebbe dargli ciò che le chiede da anni senza sensi di colpa. Ma mentre pensa a come fargli capire che adesso è disponibile senza offrirglisi sfacciatamente le cade l’occhio su una fede al suo anulare sinistro. Che doccia fredda. Le crolla il mondo addosso.
Accettare di fare quattro chiacchiere davanti ad un caffé e bigiare il lavoro è stato un riflesso automatico, come socchiudere gli occhi guardando il sole. E adesso eccola lì, dopo aver chiamato in ufficio e mentito (forse neanche troppo) inventando un’indisposizione improvvisa, a sorseggiare un aperitivo analcolico (meglio evitare il caffé in quello stato) chiacchierando del più e del meno, sotto il suo sguardo che rivela altri scopi che non riempire il vuoto degli anni trascorsi con le parole. Scopre che è sposato da qualche anno, con un figlio e una giovane moglie vitale e indipendente che ha deciso di studiare dopo essere diventata mamma e che lui si vede adora.
Lei è restia a raccontargli del suo fallimento “và a finire che ne approfitta” mente a se stessa. In realtà non vuole dirglielo perché sa che dopo averlo ammesso dovrebbe ammettere anche altre cose; anche se vorrebbe chiarire quel qualcosa di sottinteso e misterioso che aleggia tra loro fin dalla giovinezza comune.
Questo incontro da alla giovane donna il coraggio di mollare tutto per qualche giorno e scappare lontano, in un posto che già in passato le ha dato serenità. E questo viaggio la porta a pensare e ricordare. Dagli gli inizi, quando ha rinunciato a questo ragazzo per amore verso una cara amica; ai suoi tentativi seguenti di ritrovarla e magari riaverla; poi a quando ha scoperto che lui sapeva della loro scelta iniziale. Dopo qualche giorno di queste riflessioni sul suo passato, la protagonista cerca di analizzare i suoi errori e le sue scelte. Mentre passeggia e riflette giunge ad una svolta:
“Bah và a capire perché poi tanta ossessione” pensa, mentre vede vivide come se fossero reali le scene di tutti i loro incontri, “magari è per un confronto…o forse per vendetta!”.
Ritornando in albergo decide di fare una cosa pazza, forse anche contro i suoi principi, ma spera sia una soluzione a questa passione irrisolta: vuole chiamarlo. Spera comunque che lui sia impossibilitato a dire una bugia, che non possa lasciare la famiglia, che, anche se indipendentemente da lei, quel adulterio non venga consumato. Ma lei vuole provarci ad essere cattiva per una volta. Vuole provare rimorso. E’ stanca dei rimpianti.
Ma il rimorso non è nel suo destino. Entrando nell’atrio dell’hotel vede un viso conosciuto, un ex-collega e ...
RATING FINALE : 4 /10
ROMANCE PARK
Benvenute a Romance Park, il luogo dove ogni scrittrice ha la possibilità di presentare i propri lavori al pubblico!

L'estratto di questa settimana si intitola "THE SCARLET LADY", e il nick della sua autrice è HORTHENSIA KIN. ATTENZIONE, si tratta di nomi di fantasia, che usiamo solo per distinguere i vari estratti tra di loro: il nome dell'autrice non è questo, ed il titolo finale del libro sarà diverso.
Vi ricordiamo le REGOLE DI ROMANCE PARK ( potrete trovare maggiori dettagli qui: http://romancebooks.splinder.com/post/20213710 ) :
-- sia le lettrici che le bloggers potranno votare l'estratto con un punteggio da 1 a 10, e naturalmente commentarlo;
-- se la scrittrice lo desidera (non è obbligatorio), può rispondere ai commenti e alle domande – ma lo farà sempre usando il nick;
-- tra una settimana esatta, chiuderemo il sondaggio, e la scrittrice scoprirà che voto le è stato dato dal pubblico.
-- IMPORTANTE: la scrittrice non rivelerà la propria identità a nessuno, né prima, né durante, né dopo il sondaggio. Le bloggers che hanno collaborato con lei alla preparazione del post (cioè Naan e MarchRose) faranno altrettanto, sia nei confronti delle altre bloggers che delle lettrici, e per correttezza si asterranno dal commentare.
THE SCARLET LADY
di Horthensia Kin
Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore.
Londra, 29 marzo 1821. Residenza di Lord Cumberlane, Kensington.
Quella mattina Lord Sebastian Cumberlane, visconte di Maullereugh, era spiacevolmente irritato. Più che irritato, furioso.
Per due fastidiosi, imprevedibili motivi.
Il primo.
L’aristocratico, illustre nome di sua signoria, seguito da titolo e casato, spiccava nella pagina mondana dell’ Evening fra gli invitati al ballo di Lady Steinfeld. Particolare che avrebbe potuto essere anche trascurabile se “Ton sur ton”, la nuova rubrica scandalistica del giornale, non avesse con tanta deprecabile e irrispettosa ironia rivelato particolari scottanti sull’ultimo affair sentimentale del visconte più corteggiato e schivo di Londra. Nonostante non si facesse apertamente il suo nome e rimanesse incerto quello della sua amante, non era difficile indovinare chi fosse il lord in questione. E che dire della caricatura che accompagnava l’articolo?
Cumberlane ne analizzò ogni tratto con meticolosa attenzione.
Per quanto evidente la sua somiglianza con l’uomo rappresentato nella vignetta, lui certo non aveva quel naso! Nè tantomento quel ghigno da predatore!
Chiunque fosse il responsabile di tanto affronto, questa Miss Sharpy Spinster, una zitella decisamente acida, prima o poi ne avrebbe pagato le conseguenze! Non immaginava neppure, questa impudente, se poi era davvero una donna, quanto fosse pericoloso sfidare un Cumberlane!
Per quanto inviperito, sua signoria non potè reprimere un risolino. A osservarla bene, quella caricatura non era poi così male, e l’ironia con cui era scritto l’articolo sarebbe stata decisamente apprezzabile se solo non fosse stato lui ad esserne il bersaglio.
Al diavolo! L’articolo, il suo autore e la sua amante, Lady Runston.
Imprecando apertamente, Sebastian pensò a come porre rimedio a quella spiacevole situazione. Innanzitutto, avrebbe troncato immediatamente la sua relazione. Che, almeno per quanto lo riguardava, era già finita prima ancora del suo rientro dalla missione diplomatica in Svezia.
Certo, Catherine Runston era estremamente attraente, e più che decente a letto, ma non valeva la seccatura di uno scandalo. Né quella di un duello con quel brav’uomo di suo marito.
Doveva farsi lasciare da Catherine al più presto. Non sarebbe stato poi così difficile e gli avrebbe evitato spiacevoli, imbarazzanti conseguenze. Pianti e scenate. Fiumi di parole inutili e fasulle. E poi, nonostante tutto, come avrebbe potuto pensare ad un’altra donna, ora?
Sempre più irritato, Sebastian prese l’Evening, lo appallottolò e lo scagliò dall’altra parte della camera. Avrebbe fatto presto, molto presto, una visita di cortesia al direttore di quel foglio da strapazzo e se avesse avuto la fortuna di incontrare quella Spinster….
Il pugno destro di milord si abbattè pesantemente sul tavolo della colazione, facendo tintinnare pericolosamente porcellane finissime, cristalli e posate d’argento.
Del caffè schizzò sulla tovaglia di broccato.
E come se tutto ciò già non fosse stato abbastanza…..
“Di umore nero questa mattina, my lord?”
La voce di Ray, da più di dieci anni suo fedele servitore, nonché amico e confidente, lo raggiunse, sarcastica come sempre.
Sebastian evitò di alzare lo sguardo su di lui, sicuramente gongolante in un’espressione di scherno, e per non dargli soddisfazione, si astenne dal rispondergli come si sarebbe meritato.
Concentrandosi sulla prima pagina del Times, si limitò a porgergli la tazza per farsela riempire di caffè.
Ray prese la caffettiera d’argento dal vassoio.
“Presumo che siano state le rivelazioni dell’Evening ad avervi infastidito, my lord…” la voce di Ray era sempre più canzonatoria.
Versò il caffè.
“Se ci tieni a vivere, sparisci.”
La risposta di milord avrebbe spaventato chiunque, ma non Ray.
”Non desiderate controllare la posta, questa mattina, my lord?” Con fare cerimonioso quanto canzonatorio sistemò di fronte a Cumberlane un vassoio d‘argento straripante di lettere.
“Devo aprirvi le buste, my lord?”
“Spa-ri-sci!”
“Come de-si-de-ra-te, my lord”.
Sebastian lo sentì ridacchiare mentre usciva dalla sua camera, e si lasciò sfuggire un sorriso. Diede uno sguardo frettoloso alla posta, e poi si concentrò sul Times, sorseggiando il caffè.
La prima pagina era interamente dedicata alla rinascita di Londra e al brillante progetto architettonico di John Nash nel quale egli stesso aveva investito parte dei suoi capitali.
Strade e piazze e palazzi nuovi, compreso quello del Reggente, avrebbero presto trasformato Londra in una nuova, moderna, elegante città. Nella degna capitale della nazione più potente del mondo.
Pur sforzandosi di leggere l’articolo sui vantaggi che questa rivoluzione architettonica avrebbe recato a Londra e ai suoi abitanti, Sebastian, si ritrovò a pensare al secondo motivo che quella mattina l’aveva reso tanto irascibile e nervoso.
O meglio, insicuro e tremante. Come un adolescente alla prima infatuazione.
Il secondo motivo aveva occhi verdi, capelli neri e labbra dannatamente invitanti.
Emettendo un suono gutturale e leggermente ridicolo, Sebastian si ritrovò a immaginare come, se solo avesse potuto, avrebbe accarezzato quelle labbra con un tocco leggero delle dita, come le avrebbe sfiorate prima e poi coperte con la sua stessa bocca, fino a quando non si fossero dischiuse per rispondere ai suoi baci, fino a quando non fossero diventate gonfie ed umide di desiderio e di passione.
Un pensiero indubbiamente inopportuno, a quell’ora del mattino, milord!
Quella labbra appartenevano a Madeline.
Madeline, che avrebbe potuto essere sua, se solo le avesse detto di sì, otto? No, dieci anni prima.
Madeline, cui avrebbe potuto insegnare ogni cosa, ogni cosa, se solo allora non fosse stata una ragazzina.
Madeline che, da quella notte, era sempre rimasta nei suoi pensieri, e soprattutto nelle sue fantasie.
Madeline, che se ne era andata silenziosa come una
brezza leggera, ed era ricomparsa nella sua vita come un uragano.
Madeline, che ora doveva essere sua.
Sebastian si rese conto di stare sudando e di essere sconvenientemente eccitato.
Decise che una salutare visita da Jackson’s, dove avrebbe potuto tirar pugni senza sollevare sospetti, lo avrebbe aiutato a
non pensare alle labbra di Madeline. E al suo corpo. E ai suoi occhi. E al suo profumo , che gli era rimasto addosso da quando l’aveva rivista al ballo di Lady Steinfeld.
E dopo essersi sfogato da Jackson’s, avrebbe fatto visita a Madame De Morissay che lo avrebbe affidato alle cure di una delle sue fantastiche …
Una puttana? Non voleva una puttana. Non voleva nessuna.
Se non Madeline, Lady MacColey, come qualcuno si ostinava a chiamarla.
Un sano, virile desiderio? si chiese.
No, molto di più.
Era un’ossessione.
Una minaccia, un pericolo, una sciagura per il tranquillo tran tran della sua impegnata e meticolosa esistenza.
Sua signoria ebbe uno scatto d’ira.
E il Times raggiunse l’Evening, terminando precocemente e con poca gloria la propria quotidiana esistenza.
Londra, residenza di Lady Surtees, Grovesnor Square. Lo stesso giorno.
Seduta alla scrivania della biblioteca, Madeline fissava il ramo di un olmo, una punto indistinto del giardino che sorgeva al centro di Grovesnor Square. La finestra offriva una splendida vista sulla elegante piazza londinese, dove da ormai tre mesi viveva ospite di Lady Surtees.
Ormai in là con gli anni, la nobildonna era stata una grande amica di sua nonna e senza tentennamenti l’aveva accolta quando, bisognosa di aiuto, era tornata a Londra dopo quasi dieci anni vissuti nel Northumberton.
Un brivido corse lungo la schiena di Madeline.
Una reazione involontaria, forse, al ricordo del freddo e della solitudine che avevano accompagnato la sua esistenza in quella selvaggia terra del Nord.
Dove era rimasta, come in una prigione, sino alla morte di suo marito.
Povero David!
Non era stato un cattivo marito.
Non era stato tout court un marito. Troppo più vecchio di lei, troppo buono, troppo malato. E troppo ingenuo.
Il suo totale disinteresse per gli aspetti pratici della vita, la fiducia nel prossimo, l’inclinazione a non vedere mai il male, ma anche il suo totale egocentrismo, lo avevano di fatto reso succube di un fratello minore avido e intrigante, capace di tutto pur di accaparrarsi il titolo e le proprietà di famiglia.
Proprietà che comprendevano, a suo giudizio, anche Madeline. Come fosse stata un terreno, un mobile, una cavalla da montare. In ogni senso.
Madeline rabbrividì di nuovo, questa volta ripensando a suo cognato Robert, l’attuale Lord MacColey. Alla sua voce, che la invitava oscenamente a cedere alle sue proposte, alla sua arroganza, che le consigliava di non resistergli.
E’ al tuo bene che penso, Madeline. Al tuo futuro.
Scacciò l’odiosa immagine del nuovo padrone di Tamberleigh, e tornò al lavoro.
A soli ventisette anni Madeline era già una vedova, dal presente estremamente incerto e dal futuro assolutamente imprevedibile.
Ma non era il futuro che preoccupava Madeline in quella mattina primaverile. E non era neppure il suo lascivo cognato. Era….
Sebastian…
L’uomo che aveva amato con tutta la sua passione adolescenziale, e che poi aveva con la stessa tormentata passione odiato.
Sebastian, l’uomo che ora cercava inutilmente di detestare con la determinazione di una donna matura.
Sebastian che, rifiutandola, l’aveva condannata a dieci anni di infelicità. Di prigionia. Di umiliazioni.
Attraenti pensieri di vendetta si rincorsero nella mente di Madeline, mentre un sorriso compiaciuto le si dipingeva sulle labbra.
Perché la sua innocente rivalsa era già iniziata, e Lord Cumberlane non avrebbe potuto schivarla.
Madeline si alzò dalla scrivania e si stiracchiò, come un gatto che si risveglia. O meglio, come una gattina, come lui aveva continuato a chiamarla quella indimenticabile notte.
Quando lui, dopo i baci e le carezze, l’aveva rifiutata.
Gattina!
Le aveva detto no.
Qualsiasi altro uomo non si sarebbe fatto scrupoli, avrebbe preso ciò che gli veniva offerto senza pensarci due volte.
Non Sebastian!
Me la pagherai, prima o poi. Gli aveva urlato fra le lacrime.
Quasi dieci anni erano passati, e il poi era finalmente diventato ora.
La fortuna le aveva incredibilmente sorriso quando, tre giorni prima, aveva incontrato da Ackermann Lady Runston ed ascoltato involontariamente un pettegolezzo su di lei. E su Sebastian. Il pettegolezzo si era gonfiato di particolari ironici ed era in breve diventato un buon articolo per Ton sur Ton. Gli anonimi amanti erano descritti come vittima e carnefice. Il lettore potrà ben immaginare chi dei due fosse la vittima e chi il carnefice.
Nei prossimi mesi Ton sur Ton non avrebbe perso occasione per mettere il futuro Duca di Maullereugh in ridicolo, per abbattere le sue difese, per farlo scendere da quel piedistallo dorato che lo poneva sempre al di sopra si tutti e tutto.
Sarebbe diventato il bersaglio preferito di Miss Sharpy SPinster. Il suo bersaglio preferito.
Da poche settimane sulle colonne dell’Evening, la rubrica era già un successo. Pur non ammettendolo, non c’era aristocraticratico o ricco borghese che non la leggesse. Il ton adorava Ton sur Ton e si interrogava sulla misteriosa Miss SPinster.
Madeline scoppiò a ridere.
Con garbo, con lo stile leggero e frizzante che le era naturale e l’indispensabile ironia, scriveva di balli e abiti sfarzosi, di amori e tradimenti, ma anche delle molte ingiustizie che pesavano sulla metà più debole della società. Prendendo spunto dalla cronaca mondana, dal mero pettegolezzo, era capace di far trasparire dai più fatui argomenti realtà spesso crudeli ed intimamente ingiuste. Se le giovani donne fossero riuscite a leggere tra le righe di Miss Spinster, lo scopo di Madeline sarebbe stato raggiunto.
Gli ultimi dieci soffocanti anni della sua vita avrebbero avuto un senso.
Ma per poter riuscire, Madeline sapeva di dover osservare due semplici regole: lavorare con discrezione e tenere a debita distanza gli uomini.
Era la seconda regola a preoccuparla.
Ancor di più adesso che era di nuovo disponibile. E soprattutto non più vergine. Una condizione, quest’ultima, che avrebbe risvegliato in ogni maschio adulto l’istinto deprecabile del predatore.
Quale sicuramente Cumberlane era.
Presuntuoso, insopportabile, arrogante, superbo.
Bellissimo, affascinante, brillante, desiderabile.
Possibile che, dopo dieci lunghissimi anni, non le fosse ancora passata l’insana passione per quell’uomo?
Londra. Cinque giorni prima, ricevimento di Lady Steinfeld.
Dopo aver vissuto tanto a lungo nel gelo e nello squallore del Northumberton, lo splendore della vita londinese aveva restituito a Madeline il desiderio di divertirsi. Di farsi corteggiare. Di essere trasportata dalla musica di un valzer, sicura tra le braccia di un cavaliere.
Dopo più di un anno di lutto stretto, quella sera avrebbe partecipato a un ballo. Come una debuttante, si sentiva felice, e piena di aspettative, e di interrogativi. Di dubbi, anche.
Al diavolo i dubbi, le incertezze! Quella sera, avrebbe ballato.
Si sarebbe divertita.
Avrebbe civettato, forse.
Sì, lo avrebbe fatto.
Preparandosi per il ballo, Madeline si chiese se fosse di nuovo pronta a salire sulla rischiosa, sensuale giostra della seduzione. Che girava al lento ritmo delle frasi appena sussurrate, degli sguardi proibiti, degli incontri rubati.
Una giostra dove si potevano scambiare con troppa leggerezza posti e compagni di gioco.
E dove si poteva facilmente perdere l’equilibrio.
E la libertà.
Guardò la veste che avrebbe indossato quasi fosse il vessillo della sua, personale rinascita.
Suo marito aveva preteso che si vestisse sempre di bianco. Come una vestale, pura e immacolata. Quando era morto, le aveva suo malgrado imposto per più di un anno un altro colore, il nero.
Ora, terminato il lutto, sarebbe stata lei a scegliere.
Aveva capito in un solo, folgorante istante quale sarebbe stato da quel momento in poi il colore della sua vita. Non il verde, non il blu. Non il viola, non il giallo.
Il rosso.
Il rosso avrebbe colorato la sua vita.
Il rosso morbido e vellutato delle rose più rare.
Il rosso vivo e pulsante del sangue.
Il rosso pericoloso e attraente del fuoco e della passione.
Un brivido corse lungo la schiena di Madeline.
Non si sarebbe uniformata a quella folla di giovani donne tutte piacevolmente uguali, monotone e rassicuranti nei loro abiti pastello quanto nei loro comportamenti misurati e studiati. Pronte ad arrossire con verginale stupore, a prestare ascolto alle parole insipide dei loro corteggiatori con venerazione, più che con fastidio.
Pronte ad accettare con mansuetudine il futuro che altri avrebbero scelto per loro.
Non era stata mansueta, lei, ad accettare il suo destino. Anzi, aveva cercato in ogni modo di sfuggirgli. Aveva lottato con tutte le sue forze. Eppure, ne era rimasta intrappolata. Per lunghi dieci anni.
Scacciò i ricordi e le sensazioni opprimenti. E decise che quella sera avrebbe pensato solo a divertirsi.
Al diavolo il passato.
Accarezzò l’abito scarlatto e si preparò per il ballo.
Di impalpabile velluto, a vita alta e generosamente scollato, sembrava fatto a posta per mettere in risalto la figura slanciata e armoniosa di Madeline. Che, tra i tenui colori delle mises delle altre dame, spiccava come una rosa rossa in un campo di neve.
Anche volendo, sarebbe stato difficile non notarla.
I capelli corvini erano acconciati in un semplice nodo e ricadevano morbidi e brillanti lungo il collo sottile, le spalle tornite e la schiena elegante. La corta frangetta liscia, così poco alla moda, sottolineava i suoi occhi verdi, le ciglia folte e lunghe, il naso minuto e impertinente. Anche le labbra di un rosa acceso, piene e in un perenne, involontario atteggiamento di ironica sfida, erano messe in risalto dalla semplicità dell’ acconciatura. E quella sottile cicatrice che le attraversava trasversalmente il mento, e che sarebbe apparsa come una maledizione a molte giovani donne, pareva su di lei un vezzo, un regalo della natura, più che un difetto.
Pur non rispondendo pienamente ai canoni della bellezza tradizionale, Madeline era la donna che anche quella sera aveva più di ogni altra attratto ogni sguardo, ogni commento, ogni illazione.
Ogni desiderio maschile.
Ogni antipatia ed invidia femminile.
Pur avendo concesso i suoi sorrisi con discrezione e parsimonia, sembrava che i gentiluomini presenti alla soirée degli Steinfeld non avessero altro scopo nella vita che scortare Madeline al buffet, portarle un rinfresco, accompagnarla in una breve passeggiata in giardino, o mostrarle la sala dove erano stati allestiti i tavoli da gioco.
Nel giro di un’ora aveva ricevuto tre dichiarazioni.
E una proposta di matrimonio, da un nobiluomo peraltro già fidanzato, pronto a rompere la sua promessa per lei.
Con una sola, sarcastica occhiata Madeline aveva chiarito ai malcapitati pretendenti quale fosse la sua risposta.
E disilluso le loro romantiche attese.
Senza dare ascolto alle proteste e alle lusinghe di molti, temendo altre imbarazzanti dichiarazioni, aveva alla fine ballato solo con Lord Steinfeld. E abilmente schivato, tra un passo e una riverenza, le galanti lusinghe degli altri gentiluomini impegnati nella contraddanza.
Che fosse il suo abito rosso ad attirarli?
L’ipotesi, per quanto bizzarra, la divertì.
Decise il soprannome che Ton sur Ton avrebbe dato a Lady MacColey. Che lei si sarebbe data.
The Scarlet Lady. La lady Scarlatta. Semplice e conciso.
Rise intimamente pensando che sarebbe stato piacevolmente scriteriato scrivere di se stessa. Farsi beffe dei suoi molti difetti. Farsi beffe dei suoi molti pretendenti.
Ah!
Era quasi mezzanotte quando, in cerca di un soffio d’aria fresca, Madeline si era fermata a parlare con Mr Reighley nei pressi di una delle porte che dal salone delle feste conducevano in giardino. L’uomo, noto per possedere le migliori scuderie del regno, era intento a descriverle con meticolosa e pedante precisione quali fossero i requisiti di un buon stallone.
E sicuramente non aveva né validi motivi né abbastanza senso dell’umorismo per alludere a se stesso.
Madeline, nascondendo dietro al ventaglio rosso come l’abito un impertinente risolino, si annotò mentalmente quell’ acida considerazione.
Mr Reighley considerò quel gesto come un palese segno di apprezzamento. E osò chiedere a Madeline il permesso di accompagnarla il giorno seguente a cavalcare a Rotten ROw.
Madeline approffittò del ventaglio per coprire lo sbadiglio che ne era conseguito.
Incominciò con grazia a declinare l’invito di Mr Reighley, quando qualcosa successe.
Il panico la inghiottì, come se stesse sprofondando sotto la superficie di un lago gelato.
Le parole le morirono in bocca.
Il respiro si fermò.
Il cuore si fermò.
E finalmente gli occhi verdi colsero un’immagine sfocata che ritornava dal passato. E capì.
Lui era lì.
Lottando per uscire da quelle acque ghiacciate, in balia di mille contrastanti emozioni, aveva abbassato lo sguardo ed era arrossita, come una debuttante qualsiasi. Aveva inutilmente pregato di diventare invisibile. Aveva nascosto il viso dietro al ventaglio. Aveva maledetto la sua appariscente mise scarlatta. Lui stava camminando lentamente verso di lei, salutando e sorridendo, stringendo mani maschili, baciando mani femminili.
Nessuna migliore idea le venne se non fuggire.
Sì, ce la posso fare.
Lui era al fianco di Lord Steinfeld, ora, e l’etichetta gli avrebbe imposto di rimanere con il padrone di casa finchè questi non l’avesse congedato….
Devo muovermi subito.
Senza neppure scusarsi con Mr Reighley e con i suoi molti cavalli, Madeline si girò di scatto e fuggì in giardino, sperando che lui non l’avesse riconosciuta. Né che avesse notato la sua innocente evasione.
Col fiato corto raggiunse le serre e si infilò nella piccola orangerie.
L’ inebriante, sensuale profumo degli agrumi in fiore l’accolse. Chiuse gli occhi, respirando quella fragranza unica e preziosa, cercando di calmare il battito del suo cuore.
Di scacciare quella fastidiosa sensazione di pericolo.
Stupida!
Non si era certo aspettata di vederlo, quella sera.
Sebastian avrebbe dovuto trovarsi ancora all’estero, in Svezia, per conto del reggente. Così almeno le aveva assicurato Lady Surtees, scrutandola con interesse.
E allora, cosa diavolo ci faveva Sebastian a Londra, e proprio al ballo di Lady Steinfeld?
Madeline aprì di scatto il ventaglio e cominciò farsi vento, come se quel gesto meccanico potesse aiutarla a riflettere.
Probabilmente Sebastian aveva concluso la sua missione, in anticipo e sicuramente con successo. Tipico, suo.
Ed era tornato.
E lei avrebbe dovuto affrontarlo. Stasera, domani, fra una settimana forse. Ma prima o poi sarebbe successo.
I ricordi di un passato lontano, ma ancora vivissimo, ricominciarono a tormentarla.
Cosa doveva fare?
Non voleva pensarci adesso. Domani. Domani avrebbe trovato una soluzione. Ora doveva solo lasciare il ballo senza farsi notare.
E se fosse stato meglio affrontare immediatamente quella penosa incombenza?
Penosa incombenza? Sebastian?
Per dieci anni non aveva fatto altro che sognare questo momento! Il loro incontro. Le prime parole. Lui che le prendeva la mano per baciargliela. Lui che le parlava.
La sua calda voce era sempre stata dentro di lei.
Come i suoi occhi scuri e profondi. E le sue mani, belle morbide mani. E la sua bocca, che quando si incurvava in quel meraviglioso sorriso gli illuminava il volto.
Fuggire le sembrò all’improvviso una pessima idea.
Anche rimanere, le sembrò una pessima idea. Ma l’unica possibile.
Pensò allora a come Miss Spinster avrebbe potuto liberamente ironizzare sulle debolezze dell’inarrivabile Visconte di Maullereugh. E un poco si rincuorò.
Nella penombra, densa della fragranza dei fiori, Madeline si alzò in piedi, si lisciò l’abito e si sistemò i capelli, pronta a rientrare al ballo. Pronta a incontrare Sebastian.
“Lady MacColey, vi stavo cercando…”
Madeline sussultò riconoscendo la voce di Lord Sanderford, uno dei tre gentiluomini che quella stessa sera si erano dichiarati. Era un uomo ormai alla soglia dei quarant’anni, più noioso che serio, dotato di un piacevole aspetto e di una notevole fortuna, di un paio di figli nati da un precedente matrimonio e di una inspiegabile sicurezza nel sul fascino. Con insistenza e senza successo l’aveva corteggiata negli ultimi due mesi.
“My lord, mi avete seguita?”, fece lei cercando di raggiungere l’uscita.
L’uomo, ormai vicino, glielo impedì, prendendole maldestramente la mano.
”Ebbene sì, vi ho seguita, lo confesso! Ve ne rammaricate?”
Fu in quel momento che Madeline, già pronta a respingere ogni avance del gentiluomo, si accorse di un’altra presenza, una sagoma scura appena illuminata dalla debole luce proveniente dalle lanterne del giardino. Un’ombra che Madeline avrebbe riconosciuto anche nel buio più totale.
La vicinanza dell’inatteso spettatore le provocò un immediato senso di ebbrezza, un desiderio irrefrenabile di sfida.
Decise di lasciare la sua mano in quella di Lord Sanderford , incoraggiandolo così a proseguire nel goffo corteggiamento.
“E per quale motivo mi cercavate, my lord?” rispose in un sussurro.
L’uomo la guardò come se non si fosse aspettato una domanda così diretta e soprattutto così promettente. Sospirò, prima di rispondere, inondando di aria umida e disgustosa la mano guantata di Madeline.
“ Per chiedervi di cambiare idea.”
“E’ difficile farmi cambiare opinione, my lord…”
“Forse col tempo, conoscendomi meglio, potreste apprezzarmi. Lady Mac COley, vi prego..”
Con la coda dell’occhio Madeline non perdeva di vista l’uomo nascosto nell’ombra. Ebbe la fastidiosa sensazione che stesse ridendo. Improvvisamente irritata, sfogò il suo rancore sul povero Sanderford e, con mossa decisa, liberò la mano dalla sua stretta.
“My lord, abbiate rispetto della mia condizione di vedova!”
Ottima interpretazione, Madeline. Ma una vedova dovrebbe indossare un abito meno appariscente….. pensò l’uomo nascosto nell’ombra, divertito.
“Lady MacCOley, Madeline, avete rispettato la memoria di vostro marito fin troppo a lungo, non avete più obblighi, né verso di lui, né verso la società!”
“Lasciate, my lord, che sia la mia coscienza a decidere quando gli obblighi verso il mio defunto marito siano da considerarsi finiti. E ora, se permettete…”
L’ ombra sollevò un sopracciglio.
Ah, Madeline! Dieci anni al fianco di MacColey devono esserti sembrati una eternità. Per una volta, sono d’accordo con quel pallone gonfiato di Sanderford: no, non hai più obblighi verso tuo marito, sei libera, finalmente… Per me?
L’ ombra non ebbe il tempo di riflettere su quell’ultima, allettante prospettiva. Era giunta l’ora di intervenire.
Sanderford, infatti, sembrava deciso a non cedere e stava trattenendo Madeline contro la sua volontà.
”My lord, lasciatemi, per cortesia. Vorrei rientrare al ballo.”
La voce di Madeline tradiva una leggera preoccupazione.
“Suvvia, mia adorata, non vi chiedo che di riprendere in
considerazione la mia proposta”.
Mia adorata? Quell’uomo si merita una lezione, pensò l’ombra.
“My lord, il mio è un no definitivo.”
La voce di Madeline tremava leggermente, gli occhi verdi brillavano nella penombra, curiosamente minacciosi e nel contempo impauriti.
“Ho molto da offrirvi…” insistette Sanderford.
Non hai niente da offrirle, tu, viscido pallone gonfiato…
“My lord, vi prego, non insistete…”
In che guaio mi sono cacciata? E dove è finito, lui? Perché non esce dal suo nascondiglio? Scommetto che si sta divertendo alle mie spalle!
Quasi avesse letto nella mente di Madeline, l’ ombra uscì dal suo nascondiglio prima che Sanderford passasse dalle parole ai fatti. Troppo presto perché ci fosse una valida ragione per rompergli il naso. A la prochaine, pensò.
Così, semplicemente, l’ombra disse:
”Lady MacColey. Disperavo di trovarvi, ormai”.
Poi, rivolgendosi all’uomo, con tono fermo e vagamente minaccioso proseguì.
”My lord, Lady Steinfeld chiede di voi. Credo vi attenda urgentemente nella sala da gioco.”
Trasalendo, Lord Sanderford si girò di scatto verso lo sconsiderato che incautamente aveva interrotto la sua dichiarazione. Trattandosi di Cumberlane, si quietò subito ed esclamò con fare disinvolto:
“ Maullereugh! Voi a Londra?”
Sebastian, sinistramente illuminato da un raggio di luna, gli si avvicinò, il volto atteggiato in un’espressione di impaziente superiorità.
“E’ evidente, signore”. Non gli fu necessario aggiungere altro.
Porse il braccio a Madeline, e attese che lei glielo cingesse. Un ordine, più che un gesto di cortesia, che provocò in Madeline un motto di irritazione e in Sanderford la prudente decisione di lasciare la compagnia. Cosa che, con un piccolo inchino, fece senza altri indugi.
Tutto sembrava essere esattamente come quando si erano lasciati, dieci anni prima. Una musica lontana, il cielo stellato di mezzanotte. E loro due.
Soli.
Madeline e Sebastian.
Sebastian e Madeline.
Allora era stata lei ad attrarlo a sé, con l’inganno.
Ora era stato lui a cercarla. A seguirla, veramente.
Parole, sensazioni, emozioni si agitavano senza ordine nella mente di Madeline, nel vano tentativo di ricomporsi in una frase sensata.
Pensieri molto più concreti e viscerali torturavano Sebastian.
Una voce calma e distaccata all’improvviso ruppe il silenzio. Madeline si sorprese quando si rese conto di essere stata lei a parlare.
“Vi attendete forse un ringraziamento per avermi liberata da Sanderford?”
Lui non rispose.
“Sono certa che me la sarei cavata benissimo anche da sola, my lord, così come credo di essere in grado di rientrare al ballo senza la vostra gentile protezione”…
Lui le sorrise. Con condiscendenza tutta maschile.
“E rischiare altri incontri sgradevoli? Mia cara Madeline, il vostro abito attira gli uomini come una mantilla i tori. Quante vittime avete provocato questa sera, tre, quattro? Contando anche me, almeno cinque, direi.”
Madeline lo fissò per qualche istante incerta se schiaffeggiarlo o fingere indifferenza. Raggiunse un compromesso.
“State forse giudicando il mio abito inadatto alla circostanza, signore?”
Domanda rischiosa, Lady MacColey. Ma la risposta non fu sconveniente quanto il pensiero che la precedette, che non riferiremo.
“Al contrario, lo reputo incantevole. E terribilmente seducente, my lady……- un sorriso malizioso gli illuminò il volto -…ma inadatto ad una vedova sconsolata….Un ruolo che peraltro non vi si addice, Madeline.”
Le prese entrambe le mani e se le portò alle labbra, senza staccare gli occhi dai suoi. La stava guardando come l’aveva guardata quella notte, come se il tempo non fosse passato.
Con un solo, chiaro obiettivo in mente.
Madeline avvampò.
Per nascondere il proprio disagio, alzò gli occhi al cielo e con un “ah!” sprezzante rivolto a tutto il genere maschile si diresse decisa verso l’uscita dell’orangerie.
“Dieci anni che non ci incontriamo, e non avete altre parole per me che uno sdegnoso ah!?”
La domanda di Cumberlane le impedì di proseguire. Si girò di scatto e lo fissò con chiare intenzioni bellicose.
“Per la verità, ci siamo incontrati cinque anni fa al funerale di mio padre, my lord.”
“E non mi avete degnato di uno sguardo.”
Non avevo occhi che per te, Sebastian. Come hai fatto a non accorgertene?
Per calmarsi, forse per nascondere le sue emozioni, Madeline si avvicinò ad una pianta di limone, prese un fiore fra le dita e ne inspirò il profumo, la testa leggermente reclinata, gli occhi sottili come due fessure, le labbra socchiuse.
A vederla così, sensuale e desiderabile, Sebastian sentì il cuore battergli in gola. Poi il suo respiro si fece pesante. La testa girò…
“La mia gattina è tornata….” Le parole sgorgarono incontrollate e galleggiarono per qualche istante senza meta nell’aria profumata.
Se lei le sentì, non lo diede a vedere. Ma le sue mani tremarono.
Forse per arrestare quel tremito, aprì di scatto il ventaglio. Poi lo richiuse. Con impazienza ci giocherellò.
“Cosa pretendereste che vi raccontassi, my lord?”
Sebastian non era sicuro di riuscire a parlare. Ma ci provò.
“Gli ultimi dieci anni della vostra vita.”
Incrociò le braccia sul petto e si appoggiò ad una colonna, come se fosse disposto ad attendere con pazienza. Madeline alzò il mento, in un tipico, infantile atteggiamento di sfida, e si avvicinò. Un passo, due passi, tre. Era ormai abbastanza vicina perché lui riuscisse nettamene a distinguere il suo profumo, sensuale e pericoloso. Lo stesso di quella sera. Il profumo fece riaffiorare il ricordo. Il ricordo una disastrosa e inopportuna reazione fisica. Doveva portare Madeline fuori di lì. Subito. Madeline riprese a parlare. Fece un altro passo.
“Non c’è nessuna valida ragione perché io vi racconti la mia vita, my lord. Non vi riguarda.”
Sebastian finalmente si mosse, e lei rimase a fissarlo, come stregata. Avrebbe dovuto andarsene, scappare prima che fosse troppo tardi. Ma sembrava incapace di muoversi, quasi fosse incatenata a lui, ai suoi occhi scuri che stavano indugiando sul suo corpo con un’intimità che la sconvolse. E quando si posarono sulla sua bocca, Madeline sentì di essere persa.
Il desiderio crebbe dentro di lei, salì dal ventre fino alle labbra che involontariamente tremarono, si dischiusero, ed emisero una lieve, sottile, disperata nota ….
Non riusciva a muoversi. A respirare. E il cuore correva ad una velocità impossibile. Come dieci anni prima….
No, non poteva permettere che succedesse di nuovo.
Chiuse le palpebre. Per nascondere quello che i suoi occhi avrebbero senza pudore rivelato a Sebastian. E attese.
Ma lui non fece nulla.
Non la toccò.
Non la baciò.
Non la sfiorò neppure.
Sussurrò soltanto: “ Ogni cosa che riguarda voi, riguarda anche me, Madeline….”
Poi, accarezzandole delicatamente la cicatrice sul mento, aggiunse: “Io non ho dimenticato, e voi?”
Ma non attese la sua risposta. Le porse il braccio e in silenzio la ricondusse al ballo.
RATING FINALE : 7,76 /10
ROMANCE PARK
Benvenute a Romance Park, il luogo dove ogni scrittrice ha la possibilità di presentare i propri lavori al pubblico!

L'estratto di questa settimana si intitola "UNA PISTOLA PER DUE", e il nick della sua autrice è SARAH CAMERON. ATTENZIONE, si tratta di nomi di fantasia, che usiamo solo per distinguere i vari estratti tra di loro: il nome dell'autrice non è questo, ed il titolo finale del libro sarà diverso.
Vi ricordiamo le REGOLE DI ROMANCE PARK ( potrete trovare maggiori dettagli qui: http://romancebooks.splinder.com/post/20213710 ) :
-- sia le lettrici che le bloggers potranno votare l'estratto con un punteggio da 1 a 10, e naturalmente commentarlo;
-- se la scrittrice lo desidera (non è obbligatorio), può rispondere ai commenti e alle domande – ma lo farà sempre usando il nick;
-- tra una settimana esatta, chiuderemo il sondaggio, e la scrittrice scoprirà che voto le è stato dato dal pubblico.
-- IMPORTANTE: la scrittrice non rivelerà la propria identità a nessuno, né prima, né durante, né dopo il sondaggio. Le bloggers che hanno collaborato con lei alla preparazione del post (cioè Naan e MarchRose) faranno altrettanto, sia nei confronti delle altre bloggers che delle lettrici, e per correttezza si asterranno dal commentare.
UNA PISTOLA PER DUE
di Sarah Cameron
Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore.
Un serial killer sta seminando il terrore a New York. Il compito di catturarlo spetta al detective più in gamba della città: Nat Crawley, famoso nel NYPD come Red Scorpion. Come la rapidissima e mortale puntura di uno scorpione, Nat è disposto ad uccidere, altrettanto velocemente, pur di salvare una vita umana. Freddezza e cinismo, sono le caratteristiche salienti del suo carattere.
Nato da una madre islandese e da un padre, ex marine degli Stati Uniti d’America, ha subìto nella vita le atroci violenze di quest’ultimo, uomo violento e alcolizzato. Il suo corpo e la sua mente ne portano, infatti, le orribili conseguenze.
Nell’estenuante ricerca del killer, lo aiuterà il sergente Cassie Hooker, il cui vero nome è Cassandra.
La sua nuova collega è pasticciona e sbadata, ma non manca certo d’intelligenza, anzi... in molte occasioni, nonostante i problemi che gli procurerà, saprà tenergli testa con coraggio e tenacia, scalfendo giorno dopo giorno quel gelido muro che Red Scorpion ha costruito intorno a sé.
Questo che leggerete è l’inizio del primo capitolo!
23 Agosto 2000, New York, Stati Uniti
Quel giorno, il caldo opprimente rischiava di soffocarlo da un momento all’altro. Vestito di blu scuro e in cima a quel grattacielo di trentacinque piani in Broadway Street, Red Scorpion teneva gli occhi puntati sulla sua preda. I Ray-Ban che indossava lo proteggevano dai pesanti raggi del sole.
I muscoli del suo corpo erano tesi come corde di violino, niente si muoveva intorno a sé. In lontananza si sentiva soltanto il rumore del traffico newyorkese, ma la tensione era talmente alta che non lo udiva nemmeno. Sapeva che in strada, ai piedi del grattacielo, erano giunte due ambulanze, tre macchine del NYPD, tre del distretto di Manhattan e due motociclette della stradale. I passanti erano stati allontanati e il perimetro del grattacielo era stato circondato da transenne d’acciaio per impedire qualsiasi accesso. Tutti erano pronti ad agire, lui per primo.
Su quella terrazza non vi era nessuno oltre a lui. Quando, infatti, doveva portare a termine un compito importante, come quel giorno, lui voleva farlo da solo. E questo, non per prendersi tutti i meriti, ma per mantenere la concentrazione al massimo livello.
Un ginocchio a terra e l’altro sollevato, stava imbracciando, con la sua solita sicurezza, un Barrett M99, un potentissimo fucile di precisione. Sembrava che tenesse in mano una pistola ad acqua, tanta era la destrezza e la facilità con la quale lo maneggiava. Il suo occhio sinistro poggiava nel mirino e, dalla radio cuffia che indossava, non aspettava altro che l’ordine di sparare.
Nat Crawley, famoso in tutto il New York Police Department come Red Scorpion, era considerato da tutti un abile detective e un tiratore eccellente. I criminali dell’intera città lo temevano perché i suoi metodi investigativi non sempre erano leciti.
Quella mattina lo avevano chiamato per svolgere un importante compito: porre fine alla follia di un pazzo che stava tenendo in ostaggio una donna, sua moglie. Lei aveva deciso di lasciarlo e lui, impazzito, la teneva contro di sé puntandole un coltello alla gola. Entrambi si trovavano nel grattacielo di fronte, a circa duecento metri di distanza e sette piani più in basso.
-Cosa stiamo aspettando ancora?- chiese Red Scorpion con voce bassa parlando al piccolo microfono che aveva davanti alle labbra.
-Sai bene che bisogna aspettare gli ordini di Dawson- gli ricordò il suo capo, nonché amico, con voce imperiosa. Egli, dalla strada, coordinava ogni mossa.
-Me ne sbatto le palle- disse Red Scorpion puntando il mirino sulla fronte del bersaglio. Il pallino rosso del puntatore era proprio al centro di questa -Quel pazzo ha ancora pochi secondi di vita-
-Non fare cazzate, Nat! Rischi di uccidere anche la donna- si oppose il suo capo in tono deciso -Ci sono degli agenti fuori la porta. Appena Dawson ci darà l’ordine entreranno e... -
Ma Red Scorpion non lo stava sentendo più, la sua concentrazione era altissima. Un rivolo di sudore gli scivolò lentamente lungo la tempia, raggiunse il collo e poi si perse all’interno della sua Polo. Era il momento di agire e, come sempre, contro il parere di tutti, avrebbe preso la sua personale iniziativa.
Rafforzò la presa sul Barrett e divaricò un poco le gambe per prepararsi al potente rinculo dell’arma.
Il criminale, intanto, avendo intuito la presenza di alcuni poliziotti fuori la porta, si spostò dalla sua posizione iniziale e andò davanti alla finestra, trascinando con sé l’ostaggio. Non immaginava minimamente quello che lo aspettava. Solo un vetro lo separava dalla morte.
Un gelido sorriso si affacciò sul volto di Red Scorpion, mostrando dei denti bianchi e perfetti.
-Ottimo. Sei stato bravissimo- sussurrò in tono ironico, quasi a parlare con la sua vittima -Buon viaggio per l’inferno-
Premette, quindi, il grilletto e il colpo partì, oltrepassò la finestra frantumandola in mille pezzi e centrò l’uomo alla fronte. Red Scorpion rimase a gustarsi la scena dal mirino: notò, soddisfatto, l’effetto sorpresa negli occhi del criminale mentre la pallottola, calibro cinquanta, lo penetrava nella testa maciullandola completamente.
Gli agenti che erano fuori, sfondarono la porta ed entrarono. Alcuni andarono vicino al cadavere, altri soccorsero la donna che, sconvolta, si era accasciata al suolo. Addosso aveva il sangue e i pezzi di carne di suo marito, ma almeno era salva.
Questa volta il sorriso che si affacciò sulle sue labbra fu diverso. Era il sorriso di un uomo che, per l’ennesima volta, era riuscito a salvare una vita umana e non c’era niente di più appagante.
Posò il fucile sul pavimento del terrazzo e si alzò in piedi.
-Nat, maledizione, ti avevo detto di aspettare!- gli gridò Conners alla radio cuffia.
Red Scorpion si affacciò dal terrazzo e, trentacinque piani sotto di lui, vide un gran movimento. Le due ambulanze avevano acceso il loro lampeggiante, una di loro anche la sirena. Alcuni dei suoi colleghi si apprestavano a salire nel grattacielo per fare i primi rilievi. Diversi agenti, con l’aiuto della polizia stradale, cercavano di convogliare il traffico, ormai impazzito, verso la W 34th Street. Infine, i suoi occhi si posarono sull’auto del capo del dipartimento, Dawson.
Sospirò e, con calma, senza neanche rispondere a Conners, ripose il suo Barrett nella custodia, tolse la radio cuffia e si avviò all’uscita. Il suo compito era finito, almeno per oggi.
Rimaneva la parte più fastidiosa dei suoi interventi: discutere con i suoi superiori per le scelte azzardate che aveva fatto senza prima aspettare gli ordini.
Quando, infatti, uscì dal grattacielo e si avviò verso le pattuglie del NYPD, Conners gli andò incontro, furibondo come non mai. I capelli biondi, leggermente lunghi sulla nuca, grazie ai caldi raggi del sole, emanavano intensi riflessi dorati, mentre i grandi occhi castani sembravano volerlo incenerire da un momento all’altro.
-Nat, accidenti a te!- esclamò rabbioso piantandosi davanti a lui.
Forse era l’unico a non essere intimidito dalla sua altezza e corporatura, probabilmente perché la differenza tra entrambi non era poi molta: Conners era alto una decina di centimetri in meno.
Red Scorpion, invece, era un metro e novanta di muscoli d’acciaio, cicatrici e forza straordinaria.
-Ti avevo detto di aspettare gli ordini di Dawson e invece, come il solito, hai fatto di testa tua- lo rimproverò Conners asciugandosi, con un fazzoletto, alcune gocce di sudore sulla fronte -Cristo santo, amico, neanche i tuoi ragazzi della scientifica riusciranno a ricomporre la sua faccia-
-Tanto ormai non gli serve più- fu l’ironica risposta di Red Scorpion.
I due uomini erano amici da molti anni e Steven Conners conosceva tutto di Nat. Era abituato al suo carattere duro e spigoloso e, nonostante questo, lo accettava perché sapeva che non aveva avuto una vita facile.
-Detective Crawley!- la voce baritonale del capo del dipartimento li richiamò entrambi.
Conners alzò gli occhi al cielo.
-Ci siamo- annunciò in tono grave -Ora lo sentirai sbraitare fino a Philadelphia-
Red Scorpion notò con una certa soddisfazione che il loro superiore era a dir poco furente, se avesse potuto, lo avrebbe strangolato.
-Signore- lo salutò freddamente, mentre passava la custodia del Barrett e la radio cuffia a un agente.
-Perché hai sparato? Dovevi aspettare il mio ordine- gridò Dawson, rosso in viso dalla rabbia.
Un raggio di sole colpì i Ray-Ban di Red Scorpion facendoli luccicare.
-Signore- iniziò in tono annoiato -Con tutto il rispetto, se avessimo aspettato il suo ordine, avremmo avuto due morti: la donna e quel pazzo di suo marito-
-Ascoltami bene- disse Dawson puntandogli un dito contro, ma senza avvicinarsi troppo -Anche se sei il detective più in gamba di tutta la città, sono stanco di essere disobbedito-
-Ma io non ho disobbedito- ribatté Red Scorpion con tranquillità.
-Cosa?- domandò Dawson confuso.
-La missione era salvare la donna, giusto?-
-Sì... ma... -
-Allora la missione è compiuta- lo interruppe Red Scorpion sorridendo beato -Buona giornata-
Quindi si voltò e si allontanò tra la folla dei curiosi, lasciando il capo del dipartimento a domandarsi come diavolo facesse, tutte le volte, a farlo sentire un’idiota.
-Un giorno ti farai buttare fuori dal NYPD, ne sono certo- sentenziò Conners dietro di lui, mentre con l’amico, s’incamminava verso l’auto di servizio: una Ford Crown Victoria blu.
La macchina non aveva i colori del dipartimento né la sua sigla sullo sportello, aveva però la radio interna per permettere il collegamento con la centrale. Il lampeggiante, invece, sistemato sotto i piedi, in caso d’intervento poteva essere fissato sul tettino tramite una potente calamita.
-Non mi manderà mai via- lo rassicurò Red Scorpion, mentre apriva lo sportello -Sa bene che sono il migliore-
Conners lo guardò torvo, poi scoppiò a ridere.
-Sei un maledetto bastardo- commentò alla fine, dandogli una pacca sulla spalla.
Red Scorpion sorrise.
-Andiamo a berci qualcosa?- domandò in tono amichevole.
-Non ancora, prima devo... -
La frase di Conners fu interrotta da un impressionante frastuono metallico alle loro spalle.
Entrambi si voltarono, curiosi di sapere cosa fosse successo: una motocicletta della pattuglia stradale era a terra. Accanto, una donna dal volto in fiamme, cercava invano di rimetterla in piedi, scusandosi oltremisura per il disastro appena combinato. Il poliziotto, al quale apparteneva la moto, cercava gentilmente di rassicurarla. Lei, imperterrita, continuava a parlare come un fucile mitragliatore.
-Cristo santo- imprecò Conners alzando gli occhi al cielo.
Red Scorpion rimase a bocca aperta nel vedere una tale scena.
-Ma chi è quella pazza?- domandò, provando un’infinita pena per quel poliziotto.
Conners si voltò verso l’amico e, inarcando un sopracciglio, sorrise divertito.
-E’ la tua nuova collega- rispose infine.
Red Scorpion si girò verso di lui, gli occhi erano più gelidi di un iceberg dell’Artide.
-Stai scherzando, vero?-
-No, assolutamente- fu l’indifferente risposta di Conners -Viene dal dodicesimo distretto. Un paio di anni fa fece domanda per venire da noi e oggi, dopo la nomina a sergente, è stata accontentata. Stamattina si è presentata in ufficio con il foglio del trasferimento, abbiamo fatto le varie pratiche e poi l’ho presentata agli altri-
Red Scorpion sbuffò.
-Ti avevo chiesto un uomo capace, sveglio e intelligente- gli ricordò in tono pungente -E, invece, guarda cosa ho davanti! Una femminuccia imbranata e pasticciona, capace di buttare a terra una moto della stradale. Sai bene che non mi piace lavorare con le donne, eppure negli ultimi tre mesi me ne hai mandate sei-
-Che tu hai provveduto sapientemente a far scappare- gli ricordò Conners in tono vivace.
-Lei deve essere il famoso detective Crawley, vero?- chiese una piacevole voce femminile alle sue spalle.
I due uomini si voltarono e Red Scorpion, dopo aver capito che lei aveva sentito i suoi commenti, la squadrò dalla testa ai piedi.
Se gli arrivava alla spalla, era un miracolo. Aveva lunghi capelli neri raccolti in una coda sulla nuca, occhi grigi, carnagione olivastra, nessun segno di make-up, era semplicemente e graziosamente acqua e sapone. La sua era di sicuro una taglia diciotto ma Red Scorpion poté ammirare soddisfatto la tonicità di quei pochi chili in più. Non gli erano mai piaciute le donne troppo magre, quando voleva abbracciarne una, desiderava sentire la carne sotto le sue mani e non un mucchietto di fragili ossa. I jeans scuri mostravano le sue forme sode mentre la camicetta, di colore rosa e di una taglia più grande, copriva quello che lui avrebbe voluto vedere più di ogni altra cosa: il suo fondoschiena. Il suo giudizio finale fu una sufficienza piena.
-Sì, sono io- rispose, infine, in tono severo avvicinandosi alla donna.
Rimase sorpreso quando lei lo fissò senza allontanarsi. Poche persone lo avevano fatto. Ogni volta che si metteva davanti a qualcuno, uomo o donna che fosse, questo indietreggiava, spaventato dalla sua altezza e muscolatura. Ma forse, più di tutto, inorridito dall’orribile cicatrice che, dalla tempia al mento, percorreva il suo viso passando a un centimetro dall’occhio. Il lato sinistro del suo volto portava un ricordo che suo padre gli aveva lasciato ventisei anni prima.
-Piacere di conoscerla, sono il sergente Hooker- si presentò lei porgendogli la mano.
Red Scorpion rimase sorpreso: non sembrava spaventata, né disgustata. Era la prima volta che gli capitava una situazione simile. Infine, accettò la sua mano stringendola forte.
-Il piacere non è mio- replicò duramente.
-Lo immaginavo- fu la secca risposta di lei -Dopo le parole che ha detto, non poteva essere altrimenti-
Non sapeva come avrebbe fatto, in futuro, a lavorare con un uomo simile, ma doveva riuscirci. Il suo collega aveva decisamente un carattere ostile. Una voglia pazzesca di assestargli un pugno in faccia, si era affacciata nella sua mente più di una volta nell’arco di quei pochi minuti. Non osava immaginare cosa sarebbe successo dopo un turno intero di lavoro. Doveva ammettere, però, che era un uomo affascinante e quella lunga cicatrice sul volto lo rendeva ancora più attraente. Chissà come se l’era procurata? Si domandò tra sé. Non poteva definirsi “bellissimo” ma quei capelli castani tagliati a spazzola e leggermente sollevati sulla fronte, quelle labbra sottili, quell’altezza e quella prestanza fisica facevano di lui un uomo notevole. Era curiosa di vedere i suoi occhi, ancora coperti dai Ray-Ban.
-Sergente Hooker- iniziò Red Scorpion in tono annoiato -Ti è mai capitato di lavorare con colleghi che sbavano per te?-
-No- rispose semplicemente lei.
Red Scorpion la guardò un istante negli occhi, leggendovi la verità. Rimase sorpreso da quella risposta.
-Per farla breve, il motivo per il quale non voglio lavorare con voi donne è semplice: siete petulanti- sentenziò deciso, mentre si appoggiava allo sportello della macchina -Ho avuto sei colleghe in passato e si sono rivelate tutte, nessuna esclusa, delle oche, capaci unicamente di mostrare le loro grazie e di allargare le cosce-
Solo se si trattava di sesso, sorvolavano sul ribrezzo che provavano per le sue cicatrici. Red Scorpion avrebbe voluto aggiungere questo suo pensiero ma preferì tacere.
Conners, che fino a quel momento era rimasto in silenzio per gustarsi la scena, intervenne.
-Nat, non trascendere come il tuo solito-
-Stia tranquillo, capo- lo rassicurò Hooker con decisione -Il linguaggio del detective Crawley non mi offende, né m’impressiona-
-Meglio così- replicò Conners sorridendo divertito, poi guardò l’orologio preoccupato -Accidenti, devo andare. Ci vediamo in centrale più tardi-
Nat lo salutò con un grugnito, Hooker con un bel sorriso.
-Quanto a lei, detective- riprese quest’ultima togliendogli gli occhiali da sole sotto lo sguardo stupefatto di Red Scorpion -Noi donne, grazie a Dio, non siamo tutte uguali. Sarò anche imbranata e pasticciona ma con me può stare tranquillo, sembra che io sia trasparente per gli uomini, pertanto non correrà alcun pericolo di essere sedotto. La sua virtù sarà al sicuro-
Santo cielo che occhi magnifici! Pensò lei, mentre li ammirava estasiata. Erano di un azzurro intenso favoloso e avevano un taglio leggermente all’ingiù. Sapeva che aveva osato troppo nel prendere i suoi occhiali da sole ma la curiosità aveva avuto la meglio sul buon senso. E grazie a questo, aveva potuto persino sentire il suo profumo. Dalla fragranza classica ed elegante, capì che si trattava certamente di Valentino. Le sue note di agrumi, vaniglia, sandalo e spezie le riempivano le narici in maniera piacevole.
-Bene, ne sono felice- ribatté Red Scorpion riprendendosi i Ray-Ban per poi indossarli nuovamente. Fissò la sua nuova collega ancora stupito, nessuno aveva mai avuto il coraggio di fare un gesto come quello che aveva appena fatto lei. Poi riprese a parlare serio -Allora, devi rispettare poche e semplici regole se vuoi lavorare con me... -
-Me l’hanno imposto, non sono io che ho scelto- lo interruppe Hooker in tono indifferente.
Red Scorpion la guardò torvo e strinse le labbra.
-La prima regola è quella di non interrompermi mai- iniziò freddamente, poi continuò -Seconda regola: dammi del tu e smettila di chiamarmi detective Crawley, mi chiamo Nat. Terza regola: niente sesso tra noi, nessun coinvolgimento sentimentale, chiaro?-
-Poco fa ti ho detto che puoi stare tranquillo, non sono una di quelle oche di cui parlavi prima- precisò ancora una volta Hooker -E tu puoi chiamarmi Cassie-
-Cassie?- ripeté sorpreso Nat.
-Sì, è il diminutivo di Cassandra, mia madre ha una grande passione per l’epica- spiegò lei sorridendo.
-Capisco- mormorò Nat guardandola attraverso gli occhiali da sole -Ora andiamo in centrale, ti mostrerò il nostro piccolo ufficio-
Poi, quando lui fece per aprire lo sportello della parte del conducente, lei lo fermò.
-Aspetta- esclamò raggiungendolo -Devo guidare io. Tu sei il mio superiore e... -
-Stronzate- la interruppe Nat salendo lo stesso in macchina -Altra cosa che devi sapere di me, è che me ne sbatto delle regole, tranne di quelle che detto io. E ora sali, sergente-
-Cassie- lo corresse lei sedendosi dall’altra parte -Posso farti una domanda?-
-Se è breve e intelligente, sì- rispose Nat mentre inseriva la prima e partiva.
Lei si voltò a guardarlo.
-Sei sempre così irrimediabilmente insopportabile?-
-Oh, con te sono un cioccolatino- la informò Nat ironico.
-Credimi, non si direbbe- commentò Cassie nello stesso tono.
Lui non rispose, ma dentro di sé ammirò l’impertinenza della sua nuova collega.
RATING FINALE : 7,7 /10
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ROMANCE PARK
Benvenute a Romance Park, il luogo dove ogni scrittrice ha la possibilità di presentare i propri lavori al pubblico!

L'estratto di questa settimana si intitola "IL BACIO RUBATO", e il nick della sua autrice è OLIMPIA. ATTENZIONE, si tratta di nomi di fantasia, che usiamo solo per distinguere i vari estratti tra di loro: il nome dell'autrice non è questo, ed il titolo finale del libro sarà diverso.
Si tratta un brano tratto da un romance storico, e la scena che tra poco leggerete fa parte dei capitoli centrali del romanzo.
Vi ricordiamo le REGOLE DI ROMANCE PARK ( potrete trovare maggiori dettagli qui: http://romancebooks.splinder.com/post/20213710 ) :
-- sia le lettrici che le bloggers potranno votare l'estratto con un punteggio da 1 a 10, e naturalmente commentarlo;
-- se la scrittrice lo desidera (non è obbligatorio), può rispondere ai commenti e alle domande – ma lo farà sempre usando il nick;
-- tra una settimana esatta, chiuderemo il sondaggio, e la scrittrice scoprirà che voto le è stato dato dal pubblico.
-- IMPORTANTE: la scrittrice non rivelerà la propria identità a nessuno, né prima, né durante, né dopo il sondaggio. Le bloggers che hanno collaborato con lei alla preparazione del post (cioè Naan e MarchRose) faranno altrettanto, sia nei confronti delle altre bloggers che delle lettrici, e per correttezza si asterranno dal commentare.
IL BACIO RUBATO
di Olimpia
Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore.
Il romanzo è un contemporaneo e si può classificare come paranormale. Il protagonista è un mutante, nato umano ma poi trasformato in un essere dalla forza e resistenza superiori con lo scopo unico di servire e proteggere l'immaginaria classe sociale dei Nobili. Pur conservando i cliché principali del romance paranormale, ho cercato di dare una mia interpretazione dell'eroe non umano, inserendolo in un contesto sociale e storico completamente inventato ma che rispecchia le principali caratteristiche del mondo reale. E' il mio primo, vero tentativo di scrittura 'seria' (mi riferisco allo stile non ironico che utilizzo generalmente) e di elaborazione di una trama 'pensata'.
Sam aveva riconosciuto la ragazza. Era la giovane nobile che si era nascosta nel suo luogo di appostamento la sera della festa, quella che gli aveva fatto un sacco di domande. Poverina pensò, era palese che questo non era un lavoro fatto per lei. Appena era entrata aveva notato che aveva uno sguardo spaventato, ma poi, quando lo aveva visto era sbiancata così tanto che Sam si era chiesto come avesse fatto a non svenire.
Però ci aveva provato, doveva rendergliene merito. Aveva cercato di medicarlo, anche se i suoi metodi non erano esattamente gli stessi di una vera infermiera. Tanto per cominciare, nessuna infermiera si sarebbe inginocchiata di fronte ad un paziente per medicarlo quando avrebbe potuto farlo stando in piedi, ma sopratutto nessuna Nobile si sarebbe messa in una posizione del genere con un Puro. Sam, però, aveva gradito l'immagine. Non gli capitava tutti i giorni che una ragazza carina come questa si mettesse volontariamente in ginocchio davanti a lui. Ok, basta con i pensieri sconci Samuel, si disse, meglio che tu l'aiuti a medicarti.
Tuttavia non fu sorpreso dal tonfo che sentì quando la ragazza si mise alle sue spalle, era stata solo una questione di tempo, ma era sicuro che sarebbe svenuta prima o poi. Con un sospiro scivolò dal lettino e camminò lentamente verso la ragazza. Si appoggiò al lettino con una mano mentre si accucciava vicino al suo corpo. Era proprio andata, poverina. Sorrise a vedere l'espressione beata sul viso della sua infermiera. “Forza bambolina, ti mettiamo a letto ora” fece passare un braccio sotto alle sue ginocchia e l'altro sotto al collo e lentamente si sollevò con la ragazza tra le braccia. Le ferite alla gamba pulsavano e probabilmente avevano anche ricominciato a sanguinare, ma non gli importava, doveva mettere comoda la ragazza. Il problema era che il lettino era ancora sporco di sangue e l'idea di sdraiarla su quella superficie sporca lo disturbò. Si guardò attorno ma l'unico posto libero era la sedia. Poteva cercare di svegliarla, sì, forse quella era l'idea migliore. Ma non poteva stare in piedi e nemmeno poteva sedersi per terra perché le ferite gli facevano ancora troppo male, così decise di sedersi sull'unica sedia e di tenere la ragazza in braccio finché non fosse riuscito a svegliarla.
Si mosse con attenzione e si sedette piano sulla sedia, muovendo il piccolo corpo in modo che fosse sdraiata sulle sue gambe e avesse la testa appoggiata al suo braccio. Si concesse qualche secondo per godersi il riposo e per imprimere nella memoria la sensazione del suo corpo contro il suo. Così piccola, morbida e fresca. Se qualcuno li avesse visti in quel momento lo avrebbero condannato a morte seduta stante, ma non c'era pericolo in quel caso perché nessuno andava mai a controllare un guerriero nel Laboratorio, nemmeno i dottori. Tanto loro guarivano sempre.
Con la mano libera le spostò la treccia dietro le spalle e le controllò le pulsazioni sul collo. Il battito era forte e regolare, si sarebbe svegliata fra qualche momento. Era incerto se aspettare e approfittare di quei momenti per assaporare questa unica occasione, o se svegliarla ed evitare di tormentarsi con qualcosa che non avrebbe potuto più avere. Siccome il masochismo non faceva parte dei suoi hobby, la scrollò leggermente.
“Forza bambolina svegliati” ma la ragazza non dava segno di riprendersi.
“Se non ti svegli entro il tre dovremo provare il metodo della bella addormentata” Sam stava scherzando, ovviamente, era sicuro che si sarebbe svegliata. “Uno...due...tre!” ma la ragazza continuava a rimanere svenuta. Ok, e adesso? Se le minacce non funzionano, passa ai fatti, così gli avevano insegnato. Con un momento di estrema lucidità Sam si rese conto che non gli importava, l'avrebbe baciata non per svegliarla, ma perché voleva farlo, perché ne sentiva il bisogno.
Era passata una vita dall'ultima volta che aveva baciato una donna. Di solito gli unici contatti intimi che aveva con le donne era quando aveva voglia di fare sesso, e in quelle occasioni non sopportava di farsi toccare più del necessario e, soprattutto, non tollerava di essere baciato da delle sconosciute. L'idea lo ripugnava. Ma con questa ragazza, con questa Nobile, non sentiva nessun disgusto, anzi l'idea di baciarla gli sembrava sempre più giusta. Lentamente avvicinò il viso al suo, non si ricordava bene come si faceva, anche se le basi le sapeva: labbra contro labbra. Appoggiò la bocca contro quella della ragazza e rimase in quella posizione per un paio di secondi, studiando le sensazioni. La morbidezza del labbro inferiore, la consistenza della pelle, il calore lo sorpresero. Si era dimenticato tutto questo. Sollevò il viso e studiò quelle labbra, erano così morbide perché era svenuta? O forse erano proprio così.
Per appurare la sua teoria prese il labbro inferiore tra le sue e poi fra i denti e lo mordicchiò con delicatezza. Dopo un paio di morsi, passò al labbro superiore, meno carnoso ma stranamente più morbido. Tornò a studiarle la bocca. Sembrava più rossa, forse aveva morso con troppa forza. Sei un idiota, si disse, adesso si sveglia e sentirà male. Doveva svegliarla, ma non voleva, non gli era ancora passata la voglia di baciarla. Così riabbassò il viso e ricominciò a baciarla, piccoli baci lievi in modo che non si potesse svegliare, ma abbastanza da permettere a lui di sentire qualcosa. Dopo qualche secondo si rese conto di una cosa. Era eccitato, e molto anche, e la coscia della ragazza gli premeva contro. Bhe chi se lo sarebbe immaginato! Riusciva ad avere un'erezione anche con sette ferite da pistola! Ridacchiò, forse era arrivato il momento di fare una visita a qualche signora della strada, invece di trovarsi in situazioni come queste. Sì, decisamente era il caso.
Sam si sentiva in imbarazzo. Non tanto perché aveva un’erezione, dopotutto era una reazione naturale, ma più per il fatto che l’oggetto di tutta questo interesse era una ragazza schifosamente più giovane di lui. E non solo, una Nobile, fra tutte le donne del mondo! Quindi non solo giovane ma innocente, vergine al 90% e soprattutto off-limits. Sam conosceva bene le regole, Darek era stato estremamente chiaro nei primi mesi del suo addestramento, le Nobili per loro erano proibite, non venivano tollerati contatti con la classe inferiore. Ci erano passati troppe volte nel passato e si erano resi conto che con le unioni tra Nobili e Puri si avevano molti uomini Nobili soli, e quindi, i codardi avevano reso impossibile i contatti tra le due classi. Non ci avevano guadagnato molto, una compagna depressa che non ti ama non è una persona con cui passare piacevolmente il resto della propria vita, ma questa era l’idea di Sam, e i Nobili probabilmente se ne fregavano della felicità, per loro le apparenze erano e sono tutto.
Con un sospiro spostò il braccio che le sorreggeva il collo e guardò con attenzione la ragazza. Gli aveva detto il suo nome, se non si ricordava male. Qualcosa con la D. Bha e chi si ricorda, pensò. Anche se un po’ si vergognava, l’aveva baciata e non si ricordava il suo nome. In genere ci si ricorda il nome della persona che si sta baciando, no? O almeno era convinto che fosse così per la maggior parte delle persone. Lui, quindi, non rientrava in questa distinzione, però si sentiva ugualmente in colpa. Alle ragazze piacciono le attenzioni. O forse erano i regali? Sam non ricordava, lui di solito non faceva regali, lasciava i soldi che gli chiedevano. Questo è anche peggio amico, si disse, pensare che stava tenendo in braccio un essere superiore a lui quando l’ultima volta che aveva toccato una donna quella era una puttana lo faceva sentire in colpa, sporco e punibile di torture per averla messa in una situazione così degradante. Dio che bastardo! Sono un egoista, pensò Sam. Con uno sforzo si alzò dalla sedia e sentì delle fitte di dolore alle gambe per le ferite. La ragazza non si era ancora ripresa, ma stava cominciando a tornare nel mondo dei vivi, il respiro era più veloce ed irregolare. Si sarebbe svegliata a momenti e, se Sam voleva evitarle un trauma, doveva muoversi velocemente e stenderla sul lettino. Dopotutto era meglio per lei essere sporca di sangue che trovarsi tra le sue braccia.
Lentamente e con delicatezza Sam distese la ragazza sul lettino, cercando di fare meno rumore possibile e di muoverla poco; le appoggiò le braccia lungo i fianchi, fece attenzione che la treccia non si fosse impigliata e che non le tirassero i capelli, poi si ritrasse. Con le mani sui fianchi, guardò con attenzione la ragazza. Sembrava comoda. Bene, adesso leviamo le tende.
RATING FINALE : 7,19 / 10
ROMANCE PARK
Benvenute a Romance Park, il luogo dove ogni scrittrice ha la possibilità di presentare i propri lavori al pubblico!

L'estratto di questa settimana si intitola "LA RAGAZZA RIBELLE", e il nick della sua autrice è MADAME ROSE. ATTENZIONE, si tratta di nomi di fantasia, che usiamo solo per distinguere i vari estratti tra di loro: il nome dell'autrice non è questo, ed il titolo finale del libro sarà diverso.
Vi ricordiamo le REGOLE DI ROMANCE PARK ( potrete trovare maggiori dettagli qui: http://romancebooks.splinder.com/post/20213710 ) :
-- sia le lettrici che le bloggers potranno votare l'estratto con un punteggio da 1 a 10, e naturalmente commentarlo;
-- se la scrittrice lo desidera (non è obbligatorio), può rispondere ai commenti e alle domande – ma lo farà sempre usando il nick;
-- tra una settimana esatta, chiuderemo il sondaggio, e la scrittrice scoprirà che voto le è stato dato dal pubblico.
-- IMPORTANTE: la scrittrice non rivelerà la propria identità a nessuno, né prima, né durante, né dopo il sondaggio. Le bloggers che hanno collaborato con lei alla preparazione del post (cioè Naan e MarchRose) faranno altrettanto, sia nei confronti delle altre bloggers che delle lettrici, e per correttezza si asterranno dal commentare.
LA RAGAZZA RIBELLE
di Madame Rose
Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore.
Parigi, dopo i moti rivoluzionari del Luglio 1830
Catherine è la nipote di un nobile francese e, suo malgrado, si trova coinvolta nei moti rivoluzionari in atto a Parigi che sfoceranno poi nella destituzione del re. Durante la sommossa incontra Albert, un affacinante e scanzonato ribelle, che la trascina dietro le barricate. Mentre infuria la battaglia Albert viene ferito e Catherine gli presta le prime cure.
Fra i due si instaura un profondo legame e nasce una forte attrazione.
Catherine era raggiante di felicità. Finalmente, la sua segregazione in casa era terminata e le era stato concesso il permesso di andare con Hélène al mercato. La vita parigina era tornata alla normalità e non c’era pericolo che potesse accadere loro qualcosa. Tuttavia, nella mente della giovane si stava facendo strada un progetto che, molto probabilmente, non sarebbe stato approvato da suo zio Jean-Paul. “Mi accompagneresti in un posto?” Chiese alla cugina, mentre camminavano per le vie della città. Non erano poi così distanti da rue Saint Denis e la voglia di rivedere Albert la sopraffece. “Quale posto?” si insospettì Hélène. Si era già cacciata in un bel guaio per aver seguito la cugina il giorno dell’inizio dei moti rivoluzionari e non aveva intenzione di subire altre ramanzine a causa sua. Catherine finse un’aria innocente. Faceva sempre così quando voleva convincere qualcuno e, di solito, la sua tattica funzionava. “Oh, a casa di un amico. Voglio solo accertarmi che stia bene, tutto qui.”
“Un amico?” Hélène la fissò con gli occhi sgranati “Vuoi che andiamo da sole in casa di un uomo?”
Catherine parve spazientirsi. “Oh, suvvia. Mica ci mangerà. Di che hai paura?”
“Ma, Cath, non sta affatto bene. Papà dice che…”
“Devi per forza fare tutto ciò che ti dice tuo padre? Avanti, cresci una volta tanto! Non c’è assolutamente niente di male in quello che voglio fare. O forse preferisci lasciarmi andare da sola? Questo sì che sarebbe compromettente.”
Hélène ragionò un attimo sulla situazione. Conoscendo la cugina, sapeva che non si sarebbe arresa di fronte a un suo rifiuto. Sarebbe andata ugualmente anche senza di lei e, così facendo, si sarebbe rovinata la reputazione. Del resto, non era cosa nuova per le ragazze della loro famiglia. Nonna Julie era stata l’amante di un nobile, prima di andare a vivere con il nonno che, solo successivamente, aveva sposato. Mentre Charlotte, la madre di Catherine, si era concessa a un soldato all’età di appena quindici anni. Era stato così che aveva concepito la figlia maggiore ed era trascorso diverso tempo, prima che regolarizzasse la sua situazione, sposando il padre di Cath. Eh, sì. Di scandali ce ne erano stati già abbastanza e non era proprio il caso che incoraggiasse sua cugina a commetterne un altro. “D’accordo. Ti accompagnerò. Ma devi promettermi che non ci fermeremo molto.” Catherine annuì felice. “Non preoccuparti, cuginetta. Sarà una visita assai breve.” In fondo, per lei ciò che contava era vederlo e specchiarsi ancora una volta nei suoi occhi.
Albert Cléry si stupì di sentir bussare alla porta a quell’ora. Di solito, non riceveva visite mattutine. Si infilò velocemente una camicia, visto che d’estate era solito restare a torso nudo, e si diresse verso la porta. Nell’aprire, si ritrovò a fissare due fanciulle, nei loro abiti eleganti, all’ultima moda. Una delle due era Catherine Beauchamps. “Che diamine ci fai tu qui?” Fu la sua esclamazione sorpresa. Lei si accigliò. “Ti sembra il modo di accogliere un’ospite? Dovrebbero insegnarti un po’ d’educazione!” Il tono indispettito di lei lo fece sorridere. Poi il suo sguardo andò alla sua accompagnatrice che era poco più di una bambina, ai suoi occhi. “Questa è mia cugina Hélène”, precisò l’inaspettata visitatrice, “Mi ha accompagnata perché sarebbe stato troppo compromettente venirti a trovare da sola. Ma non ci fai neanche entrare?” Albert fece un inchino beffardo e le lasciò passare. “A che cosa devo l’onore di questa visita, mesdames?” Hélène lo scrutò, timorosa. Ancora non capiva perché la cugina avesse insistito tanto per andare a trovare quell’uomo che a lei pareva decisamente maleducato e trasandato. Non si era neppure infilato la camicia nei pantaloni e aveva l’aria di essersi appena finito di vestire. Catherine ignorò l’occhiata supplicante di Hélène, che sembrava volerle chiedere di tornare a casa immediatamente, e rispose: “Volevo solo accertarmi che tu ti fossi rimesso in sesto. L’ultima volta che ti ho visto sembravi in fin di vita.” L’uomo irruppe in un’allegra risata. “Sono stato solo ferito a una spalla”, precisò, “Ci vuole sicuramente ben altro per spedirmi all’inferno. Comunque sto molto meglio, grazie.” Albert fece segno a Catherine e alla ragazzina, che l’accompagnava, di accomodarsi. Casa sua era molto modesta e, ahimé, parecchio disordinata. Purtroppo, non possedeva un salotto per le visite, per cui avrebbero dovuto accontentarsi della cucina. Notò l’aria disorientata di Hélène e gli venne di nuovo da sorridere. Doveva essere la prima volta che quella fanciulla dell’alta società metteva piede in un posto del genere. “Non preoccupatevi, mademoiselle”, le disse in tono canzonatorio, “Non sono un orco e non vi mangerò di certo.” Hélène arrossì a disagio e Catherine si scusò a nome suo: “Mia cugina è molto timida e riservata, mio caro Albert.”
“Sì, l’ho notato. Ma dimmi, come te la sei cavata, poi, con tuo zio? Ti ha preso a sculaccioni?”
Lei gli rivolse uno sguardo irritato. “Certo che no! Si è limitato a chiudermi in camera mia per una settimana.”
“Oh, che cosa orribile!” Il tono beffardo di lui le stava facendo perdere la pazienza.
“Come minimo, dovresti mostrarti un po’ più dispiaciuto. In fondo, è anche colpa tua se mi sono trovata in questa situazione incresciosa.”
“Situazione incresciosa? Dei moti rivoluzionari tu li chiami una situazione incresciosa?” Quella ragazza lo divertiva infinitamente. E adorava stuzzicarla. Quando si arrabbiava diventava tutta rossa e la trovava decisamente deliziosa. Lei si schiarì la voce, visibilmente a disagio. Non le piaceva essere trattata come una ragazzina. “Adesso non cambiare argomento!”
“Non sono stato io a scappare di casa nel giorno meno opportuno, mademoiselle.”
“Non sono scappata di casa. Sono semplicemente uscita a fare una passeggiata.”
Hélène ascoltò il loro battibecco in silenzio. Poi tirò una manica del vestito della cugina.
“Che c’è? Che vuoi?” Le domandò Catherine, spazientita.
“Forse dovremmo andare…” lo disse quasi timorosa. Di certo, non voleva che sfogasse la sua collera su di lei. La conosceva anche fin troppo bene e sapeva che era capace di qualsiasi cosa, quando era arrabbiata.
“Ecco sì”, fece Albert, sempre più divertito, “Mi sembra un’ottima idea. Non vorrei mai che per causa mia foste costrette a trascorrere un’altra settimana chiuse in camera.”
“Sei davvero impertinente!”, sbottò lei furiosa, “E non ti preoccupare. Ce ne andiamo immediatamente.” Lui le osservò raggiungere la porta e uscire, poi si abbandonò a una risata liberatoria. Non si era mai divertito tanto in vita sua. Non voleva ammetterlo però quella Catherine gli piaceva proprio.
Quando si ritrovò in strada, Catherine aveva un diavolo per capello. Si era aspettata quell’incontro assai diverso. Eppure, nonostante la collera, aveva trovato Albert decisamente affascinante. Forse, ancor più dell’ultima volta che lo aveva visto. Tutto d’un tratto capì una cosa: quell’uomo doveva essere suo. Non le importava come fare per conquistarlo, pur di raggiungere lo scopo. Del resto, amava le sfide. In questo somigliava molto a sua madre e a nonna Julie. Mentre pensava al da farsi, Hélène piagnucolò: “Perché mi hai portata in quella casa? Quell’uomo non mi piace. E’ stato molto maleducato.”
“Oh, sciocchezze. Questo è perché tu sei abituata a frequentare damerini dell’alta società, tutti incipriati! Albert è un vero uomo.” Lo disse con orgoglio, ma la cugina non parve assai convinta. “Promettimi che non andrai più da lui o lo dirò a papà.” Catherine sbuffò contrariata. Certe volte quella ragazzina era davvero odiosa. Di certo, i suoi genitori l’avevano viziata troppo. Beh, non c’era da stupirsi visto che era la loro unica figlia ed avevano faticato parecchio per concepirla. Per questo la tenevano sotto una campana di vetro. “D’accordo, te lo prometto.” Fece infine, riluttante. Non era necessario che sua cugina fosse informata dei suoi progetti a riguardo e un innocente bugia si poteva anche dire, di tanto in tanto.
Rivide Albert due giorni dopo. Era uscita con suo fratello che non faceva che tempestarla di domande sulla sommossa. Armand era affascinato dalle guerre e le lotte di qualsiasi tipo. Nel sangue doveva avere lo stesso istinto militaresco del padre, sebbene né Edmond, né la madre lo avessero mai incoraggiato in questa sua inclinazione. Charlotte era una donna un po’ apprensiva e sperava che entrambi i suoi figli, una volta adulti, avrebbero preferito una vita tranquilla in campagna, piuttosto che affrontare i mille pericoli di una città come Parigi. Lei stessa aveva convinto il marito a trasferirsi in Camargue dopo il loro matrimonio. Così, avevano comprato della terra e si erano costruiti una casa nel verde per poi avviare una modesta attività agricola. Non erano ricchi, ma avevano a sufficienza per vivere dignitosamente. A nessuno dei due figli, tuttavia, faceva gola quel tipo di vita. A loro piacevano le avventure, non la monotonia di un piccolo paese di provincia. Dopo l’ennesima domanda sulla rivolta, a Catherine venne un’idea. “Ti piacerebbe vedere il posto dove mi sono barricata insieme ai ribelli?” Ricordava perfettamente che non era distante dall’appartamento di monsieur Cléry e, se aveva fortuna, avrebbe potuto incontrarlo casualmente. Gli occhi di Armand si illuminarono. “Oh, sì. Mi piacerebbe eccome!”
“Però non devi farne parola con lo zio, d’accordo?”
“Sarò muto come un pesce.”
Fu così che si avventurarono in direzione di Porta Saint Denis. Evidentemente, doveva essere il suo giorno fortunato perché Albert stava percorrendo la stessa strada, in direzione opposta.
“Oh, ma chi si vede!” Esclamò, accennando un saluto alla giovane donna. “Lo devo ritenere un incontro casuale?”
Catherine arrossì e si nascose dietro il ventaglio. Non le capitava spesso di sentirsi in imbarazzo per qualcosa, ma quell’uomo aveva il potere di confonderla. “Che intendi dire?” rispose, fingendosi stupita.
“Mi stavo chiedendo se per caso tu non mi stia seguendo. Ormai ti incontro da qualsiasi parte!”
“Oh, non montarti la testa. Sono da queste parti perché mio fratello mi ha chiesto di fargli vedere il punto in cui mi sono ritrovata coinvolta nella sommossa.”
“Mia sorella dice la verità”, si intromise dunque Armand, “Sono stato io a voler venire qui.”
Catherine sorrise soddisfatta e si volse a guardare Albert, con aria di trionfo. Egli invece scrutò il ragazzino con curiosità. “E così tu saresti il fratello di questa ragazza terribile!” Armand rise e annuì, divertito. Quell’uomo gli piaceva. Era molto simpatico. “Beh, il mio nome è Albert e, ahimé, sono stato io a trascinare tua sorella nella rivolta, anche se non era certo mia intenzione. Purtroppo, non potevo mica lasciarla vagare, da sola, per la città, in un momento come quello.”
Il ragazzino ora era letteralmente affascinato. “Dunque voi siete un ribelle! Avete combattuto contro le guardie del re, quel giorno?”
“Sissignore. Ero uno dei capi dei rivoltosi.”
“Oh, che bellezza! Avete usato una tattica incredibile per sconfiggere i soldati.”
“Devo dedurne che sei un nostro sostenitore?”
Catherine rise divertita. “Certo che no. Armand è solo affascinato dai combattimenti.”
“Allora ti racconterò per filo e per segno com’è andata la battaglia.”
Il ragazzino pendeva letteralmente dalle sue labbra e Albert cominciò a fargli un resoconto completo di quelle tre giornate. Fece la strada con loro per un bel pezzo, poi si ricordò che aveva promesso al suo amico Victor di pranzare con lui. Avevano alcune cose da discutere.
“I miei omaggi, mademoiselle”, disse rivolto a Catherine, “E’ stato un vero piacere chiacchierare con tuo fratello e godere della vostra compagnia.” Lei lo guardò allontanarsi con lieve disappunto. Praticamente, aveva dedicato tutta la sua attenzione ad Armand. E lei? Era davvero così insignificante ai suoi occhi?
RATING FINALE : 6,42 /10
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ROMANCE PARK
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L'estratto (tre da diverse parti del romanzo) di questa settimana si intitola "L'UOMO CHE PENSAVA CON IL CUORE", e il nick della sua autrice è CARLOTTA LANCETTI. ATTENZIONE, si tratta di nomi di fantasia, che usiamo solo per distinguere i vari estratti tra di loro: il nome dell'autrice non è questo, ed il titolo finale del libro sarà diverso.
Vi ricordiamo le REGOLE DI ROMANCE PARK ( potrete trovare maggiori dettagli qui: http://romancebooks.splinder.com/post/20213710 ) :
-- sia le lettrici che le bloggers potranno votare l'estratto con un punteggio da 1 a 10, e naturalmente commentarlo;
-- se la scrittrice lo desidera (non è obbligatorio), può rispondere ai commenti e alle domande – ma lo farà sempre usando il nick;
-- tra una settimana esatta, chiuderemo il sondaggio, e la scrittrice scoprirà che voto le è stato dato dal pubblico.
-- IMPORTANTE: la scrittrice non rivelerà la propria identità a nessuno, né prima, né durante, né dopo il sondaggio. Le bloggers che hanno collaborato con lei alla preparazione del post (cioè Naan e MarchRose) faranno altrettanto, sia nei confronti delle altre bloggers che delle lettrici, e per correttezza si asterranno dal commentare.
L'UOMO CHE PENSAVA CON IL CUORE
di Carlotta Lancetti
Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore.
Londra 1940.
Ian e Laura. Una storia d’amore iniziata tantissimi anni prima, nel lontano 1905. Un’altra donna Sylvia, donna priva di calore umano e piu’ vecchia di Ian di cinque anni, con un subdolo inganno aveva intrappolato l’ingenuo ragazzo ventiduenne Ian Doyle-Gallagher nel 1911. Ma Ian non ricevendo amore da Sylvia aveva disperatamente cercato amore altrove. Senza mai dimenticare un solo istante Laura. Laura aveva cercato di sposarsi di vivere una vita serena ma …senza mai negarsi a Ian e negarsi a se stessa quell’uomo. Ma non ne poteva più di quella situazione. Di vederlo andar via con gli occhi colmi di sofferenza. Di dividerlo con una donna che non lo rendeva felice. Doveva dare un taglio alle sofferenze.
Il mattino dopo partì col treno. Giunto ad Edimburgo scese nell’albergo prescelto da Thelma Green la sua fedele ed efficiente segretaria.
Quel pomeriggio inoltrato dopo aver lavorato un po’ su una vertenza e il convegno, seduto sul letto, stringendo i denti quasi, mollò la matita accorgendosi che la stava quasi per spezzare. Spinse indietro il capo poggiandolo contro il muro. Laura…Avrebbe voluto dar delle testate contro il muro per farla uscire dai suoi pensieri…ma era impossibile non era solo nei suoi pensieri era in ogni parte di sè. Resistè più che potè poi chiamò Ridgestone la proprietà scozzese di Greg. Erano tre mesi che non la vedeva. Gli parevano tre secoli.
Rispose proprio Laura.
- Laura…-sussurrò Ian con tutta la dolcezza e sensualità di cui era capace. Voleva esser con lei vicino a lei, voleva la sua compagnia, voleva avvertire la sua anima … voleva ogni singola parte dell’essere di quella donna. Non sopportava di starle lontano un secondo di più, voleva darle tutto quell’amore che gli scoppiava dentro. Strinse forte il filo del telefono.
- Ian …-disse fredda lei.
- Sono ad Edimburgo. Tu anche. Mentre Greg e’ a Londra …-disse quasi con un nodo in gola. Non avvertendo quel tono gelido di lei. Non vedeva ostacoli perché non dovessero e potessero vedersi.
- No Ian- doveva esser forte. Dirgli che basta,era finita. Non poteva più…non poteva più!!! Perché la cercava? Doveva finire. Cercò di esser cruda e di farlo desistere.
Ian rimase raggelato stavolta da quell’imprevedibile NO.
- No? –
- No….penso che sia meglio che tu e io…-
Ian sentì come del sudore freddo investirlo. Che diavolo le prendeva ora che non voleva vederlo? Che non voleva star con lui? Gli pareva davvero inconcepibile star lontani quella sera…diceva che non aveva mai tempo per lei…ora l’aveva e lei…Certo ora stava per prometterle l’impossibile …perché alla fine della serata…avrebbero fatto all’amore.
- Non farmi questo ti prego…prometto che non accadrà niente …voglio solo la tua compagnia stasera…-
- Sai bene che quando ci vediamo …-e non dava solo la colpa a lui, sempre tremendamente passionale…non si fidava di se stessa. Lo desiderava follemente era furiosa con se stessa per quanto lo voleva. Da tre mesi era li, lontana da lui, dal suo amore disperato, dalle sue braccia rassicuranti …dal suo corpo…No!!! Basta! Sii forte DEVI-TRONCARE!
- Cercherò di resistere…-
- Dubito quindi stai ben attento Ian! – lo ammonì severa.
Ian entrò nel salotto e gettò il cappello sul tavolino. Si sedette sul divano settecentesco chinandosi in avanti incrociando le mani per non mostrarle che tremavano leggermente. Sentiva dentro un senso di forte apprensione.
- ciao Ian- rivederlo buttava all’aria tutte le sue migliori intenzioni. Doveva evitare di guardarlo.
- ciao Laura- e le sorrise. Lei non ricambiò.
Si metteva male. Si alzò, si versò da bere e si risedette. Parlarono del più e del meno ma Laura stava solo posponendo l’inevitabile.
- Ian…questa e’ l’ultima volta…-
- Che mi vuoi vedere?-
- Si –disse decisa. A Ian, quel ‘si’ parve come un verdetto, di condanna. Cercò di non lasciarsi prendere dal panico.
- Fidati non ti toccherò…siamo amici da tanto…ho bisogno della tua preziosa amicizia… -
- NO-DEVE-FINIRE- sillabò e lo gelò con un occhiata. Sapeva bene di cosa lui aveva bisogno. Era abile a dirle quanto avesse bisogno di lei. Ma non ce la faceva più a dividerlo con Sylvia,
Ian la guardò stupito. Era atroce ciò che gli chiedeva. E perché ora? Non capiva perché ORA?
- No ! Perché ora? Avrei capito anni fa ma ora? Perché proprio ora?–
- Ian e’ meglio cosi…- disse sbrigativa. Era irragionevole.
Lui perse la calma e gettò il bicchiere contro il fuoco del camino. Si appoggiò col gomito al ripiano di esso, passandosi una mano fra i capelli e cercando di tornare calmo.
- senti …e’ meglio che te ne vai subito. Sei troppo agitato-e lei soffriva troppo a vederlo in quelle condizioni. Doveva quindi esser cattiva, doveva dirgli che non le piaceva il suo comportamento cosi irrazionale e immaturo. Ian era frastornato del tono crudo di Laura. Non capiva quanto lo stava facendo soffrire?
- lo sono si visto che vuoi lasciarmi- disse con il respiro corto come dopo una corsa.
- devi fartene una ragione- e incrociò le braccia al petto serrando le labbra.
- No, non posso Laura-
- Devi. Ti ho fatto venire solo per dirti che fra noi e’ finita. Te lo dovevo, non era bello per telefono-
- No maledizione, Laura!!-e si voltò verso lei stringendo in tasca e le mani a pugno. Gli parve troppo insopportabile. Non riusciva a muoversi, era paralizzato dall’ansia e lo stomaco era aggrovigliato. Lei pareva talmente sicura e decisa come mai non l’aveva vista.Lei lo guardò come guardasse un bambino capriccioso. Visto che non lo capiva con le buone dovette ricorrere alle minacce.
- Allora vado a chiamare Dylan. E’ diventato alto e robusto…come te. Vuoi ricevere un pugno da tuo figlio?- e senza aspettare risposta si avviò alla porta. Ma Ian fece un ultimo tentativo. L’afferrò al polso e l’attirò a sé quindi le mise una mano dietro la nuca e si chinò su di lei per baciarla famelico e disperato. Se lei ricorreva alle maniere forti, lui rispondeva con le sue maniere, la dolcezza, la sensualità il desiderio. Era l’unico modo per placarla e farle cambiare idea, rivedere la sua decisione drastica. Laura rispose al bacio. Ian temette che se avrebbe parlato lei si sarebbe ribellata. Ma d’improvviso, lei gli morse il labbro respingendolo.
- Sei impossibile !- sbottò lei. Ian si toccò il labbro e sentì sulle dita il sangue. Si tamponò con il fazzoletto. Lei lo guardò beffarda. Non doveva permettergli di risolvere sempre le loro liti con il sesso, l’amore. Doveva trattarlo come Sylvia forse così l’avrebbe convinto che era proprio finita.
- Ti stai comportando come Sylvia –disse attonito. Non gli aveva mai fatto del male fisicamente e ora l’aveva respinto brutalmente. No era ancora nella sua stanza al MacDougal Hotel e si era addormentato…stava sognando …era un incubo. Si sfregò il volto. No, non stava sognando.
- Bada Ian, non farmi sentire in colpa perché ti respingo come lei-
- Vieni qua- disse di nuovo dolcissimo. Il che rendeva davvero arduo per lei respingerlo.
- No! –
Ian però l’afferrò fra le braccia e immerse le mani nei capelli di lei. Tentò cosi di nuovo con le buone di calmarla, aprendole il suo cuore sperando che lei non affondasse un coltello.
- sai che sono pazzo di te. Sai che non sono venuto qua solo…per questo…ma anche per parlare con te…stare in tua compagnia…. ti amo lo sai-
- non dire altro-
- come vuoi – e la baciò di nuovo. Lei sentì le mani di Ian ovunque facendola ubriacare. Spogliandosi l’un l’altra raggiunsero il letto della camera degli ospiti. Si amarono quasi rabbiosamente. Lei si detestava perché lo desiderava e lo amava in modo doloroso. Aveva vinto lui. Doveva concedergli e concedersi quell’ultima notte d’amore insieme ma non doveva comunque accadere che vincesse sempre lui. Il suo coraggio l’aveva tradita miseramente. Ian le aveva rinnovato il suo infinito amore.
Più tardi Ian si rivestì. Si stava allacciando le stringhe delle scarpe seduto su una poltrona quando lei si ridestò dal torpore. Lo guardò duramente quindi si alzò e si rivestì anche lei.
Si avvicinò a lui e gli afferrò i capelli sollevandogli il viso. L’aveva distratta per due ore ma ora doveva andarsene e stavolta per sempre. Niente scuse o sentimentalismi.
- avevi promesso vero?- disse duramente. Ian la guardò. Quella sera Laura si comportava proprio come Sylvia. Dura implacabile e gelida, indifferente al suo dolore ai suoi sentimenti. Ian cercò di nuovo d’addolcirla con il suo sguardo tenero e innocente. Laura aveva un cuore caldo e tenero. Non era fatto di marmo come quello di Sylvia.
- si…lo so …-
- perdiana Ian !!! – sbottò furente e lo lasciò andare. Non poteva sempre far leva sui sentimenti, era sleale! Doveva smetterla. Ian si alzò e si infilò la giacca.
- Credi …che non prova rimorso? Che non mi disprezzo già abbastanza? Non era mia intenzione venire qua solo per far l’amore con te…. Ti ho detto ciò di cui avevo bisogno, di cui ho bisogno-
- Basta!!! – e si tappò le orecchie non volendo sentire altro.
- Laura ti prego…- e la guardò stupito di quel rigido comportamento. Si era comportato male certo…ma non era ancora pronto a dirle addio. Mai sarebbe stato pronto a farlo.
Basta! Doveva dirgli quanto la faceva soffrire, voleva fargli capire quanto non sopportava un secondo di più quella situazione. Lo disprezzava.
- No ! Sono arrivata a detestarti ogni volta che te ne vai da lei…che torni da lei. Devi trovare il coraggio di dirmi ora addio una volta per tutte. Ora !- gridò lei infuriata.
- Credi che non abbia provato a starti lontano? Avevo bisogno di te ma ho dovuto soffocare molte volte- disse Ian con calma, con tono basso e si passò nervosamente una mano fra i capelli.
- Devi trovarti un’altra donna che ti dà quello che posso darti io….io non posso più…non posso più!- e ricacciò indietro le lacrime.
Greg era arrivato da alcuni minuti e stava ascoltando la conversazione da dietro una porta socchiusa, la porta della sua camera comunicava con quella degli ospiti.
Ian la guardò sbalordito e decise di sfoderare il suo orgoglio. Lei non lo voleva più era chiaro ma non si doveva credere insostituibile. Stava cosi male che volle ferirla.
- certo…come ho avuto le altre prima…non avrò problemi a trovarne ancora…-
Come osava quella canaglia di parlarle delle altre in quel momento delicato! Si avvicinò a Ian e gli mollò uno schiaffo con forza. Greg stupito gli parve di sentire anche lui male. Sua moglie stavolta faceva sul serio, era davvero esasperata.
Ian guardò il viso della sua amante contorcersi dalla furia e gli stava scagliando tutta la sua rabbia in quello schiaffo.
- allora vattene che aspetti! Non ti sopporto più ecco qual è la verità ! Questa e’ stata l’ultima volta che ti accontento…ma basta capito basta!!! Basta!!!!Vattene Ian!– gli gridò infuriata dandogli uno spintone. Doveva fargli male cacciandolo. Anche fisicamente. Gli diede un secondo spintone energico.
- Laura!!! -
- Ora vai dalle altre femmine che spasimano per te-
Ian l’afferrò alla vita attirandola a sé si chinò e la baciò senza tenerezza.
- le altre…non capisci che nessuna e’ speciale come te per me?- le sussurrò con dolcezza, l’ultimo disperato tentativo di rabbonirla…ma lei lo respinse bruscamente dandogli un altro spintone e guardandolo beffarda.
- Tsè non essere sentimentale ! Per voi uomini siamo solo femmine con cui sfogare gli istinti e tu non sei da meno Ian…e mi sono davvero stancata di …accontentare le tue voglie…- ogni parola di lei gli si conficcava dentro come un chiodo in quel modo atroce e sentiva il cuore spaccarsi in due. Ma doveva esser forte. Non doveva mostrarle oltre il suo dolore.
- Bene…bene e’…un addio allora? –ribadì freddo.
- si …
Ian scosse il capo totalmente incredulo così si calcò il cappello in testa.
- Come…vuoi…- aprì la porta e se ne andò sentendo un macigno depositarsi nel cuore.
Si sedette su una sedia sfinita da quell’incontro drammatico…da quel gesto cosi drastico. Sentiva il cuore sanguinare. Quello sguardo di Ian, cosi sofferto, cosi disperato nel perderla, nel dirle addio. Cominciò a piangere in silenzio.
Nel frattempo Ian era seduto in auto sfinito e incredulo non riusciva a muoversi da li. Andarsene. Il disprezzo delle parole di Laura…gli rimbombava dentro gelandogli il sangue.
L’istinto era di tornare dentro …di supplicarla di cambiare idea…che non poteva finire cosi…che non poteva finire ora …perché proprio ora? Gli sembrava di stare sul ciglio di un burrone…stava cosi male che si sentiva quasi male fisicamente. Non riusciva ad accettarlo, respinse le lacrime di rabbia e dolore per quella fine. Era la fine dei loro incontri ma non avrebbe certo mai smesso di amarla. La fine dell’amore per lei sarebbe avvenuta quando sarebbe finita la sua vita…non prima.
Era stato con altre era vero, aveva provato ad andare avanti con la sua vita come lei con la sua.
Ma nell’altre lui cercava il rapporto che avevano loro due. Si affezionava molto a loro ma non poteva amarle perché amava solo lei, soltanto lei. Scese dall’auto e guardò la facciata antica. Lottò come contro un demone per non tornare dentro e dirle che non poteva finire cosi la loro storia. Vide Dylan dietro le tende. Risalì cosi in auto. Non voleva mostrarsi a pezzi né a Laura né tanto meno al proprio figlio. L’orgoglio accidenti! Si rimproverò duramente quindi mise in moto e se ne andò.
Ian e Laura per caso, dopo quella "rottura" si ritrovano in una stazione ferroviaria. Tutte le decisioni di Laura crollano come castelli di carte. Illusa a pensare che poteva fare a meno di lui un giorno di piu’.
Aveva anche capito che anche se smetteva di vederlo e quello poteva esser semplice era davvero difficile se non impossibile smettere di amarlo. Ian aveva bisogno di lei come lei di lui. Quel che poteva darle era comunque indispensabile…anche se il tempo da poter passare insieme scivolava via in fretta come sabbia fra le dita, stare insieme era come respirare. Lei lo condusse in un angolo della stazione, una parte in disuso lontano da tutto e tutti. Lo guardò prendere a calci delle vecchie traverse dei binari. In quel violento sfogo c’era tutto il dolore di Ian. Era come spaventato e cercava di farsi forza per riuscire ad affrontarla.
Era furioso. Come poteva trattarlo così? Tormentarlo così? Non gli aveva già detto abbastanza? Quindi si sedette sul muretto dove terminava il binario morto. Fece scrocchiare più volte le mani, incapace di parlare. Lei si accovacciò davanti a lui e gli coprì le mani con le sue. Doveva aprirgli il proprio cuore, dirgli quanto era stato difficile anche per lei, doveva mettere da parte il proprio orgoglio che l’aveva certo aiutata a star meglio e chiedergli cosi di perdonarla, dirgli quanto l’amava ancora e sempre l’avrebbe amato.
- Ian…ti prego…ti supplico di perdonarmi…io mi sento morire dentro senza di te. Ho provato ma ho fallito. Ho provato a detestarti…ma …ho capito che comunque non mi eri indifferente, che ti detestavo quanto ti amavo…quanto ti amo. Come trent’anni fa e come sarà fra trent’anni non mi sarà mai più possibile smettere di amarti perché sei parte di me…stupida illusa sono stata!- concluso con un filo di voce, il respiro affrettato per l’ansia, la paura che lui non riuscisse a perdonarla, si rialzò e si allontanò da lui. Ian ascoltò cercando di intravedere nelle parole della donna il pentimento e la verità. Trovò facilmente tutte e due ma doveva farle capire che l’aveva fatto quasi impazzire. Si lei chiedeva perdono, aveva compreso che era stata una follia, sembrava davvero sincera. Ma il proprio orgoglio gli impediva di perdonarla cosi rapidamente doveva dirle quanto era stata crudele con entrambi, che doveva esserne assolutamente certa di sopportare di nuovo quella situazione. Doveva esser un po’ duro brusco…gli aveva fatto male anche se capiva la sua esasperazione. Ma i suoi meccanismi di difesa scattarono. Il cuore gli serrava la gola talmente batteva forte. Si alzò, si avvicinò a lei e l’afferrò per le braccia scuotendola - Maledizione, Laura, perché dovrei crederti? Perché dovrei perdonarti!? Dovrei ora credere che non mi lascerai mai più? Credere che non sono il tuo giocattolo? Non basta che ci sia Sylvia ad usarmi ….ti ci metti pure tu? Come faccio a crederti che non mi staccherai il cuore a morsi la prossima volta che sarai stufa di me e della situazione? – e la guardò a fondo fino al cuore…sentendo i propri occhi inumidirsi. Si ammetteva che esser l’amante non era una posizione felice e poteva esser umiliante a lungo andare ma avrebbe dovuto dirgli basta anni prima ora era troppo tardi…infuriato con se stesso sentì gli occhi pieni di lacrime ma aveva un tale nodo in gola, paura…ancora paura….Anche lei lo guardò intensamente, sentendo il cuore scoppiare nel vedere gli occhi di Ian luccicare. Lui la lasciò andare voltandosi per non mostrarle le lacrime di rabbia e dolore. Di paura. Si rendeva conto che lei lasciandolo cosi bruscamente, si era finalmente ‘vendicata’ di ciò che era avvenuto anni prima per la sua ingenuità che aveva rovinato i loro progetti. Ma lui soffriva profondamente allora come ora. Laura lo guardò contorcendosi le mani contro lo stomaco aggrovigliato. Attese come se attendesse il verdetto di una giuria. Perderlo significava non riuscire più a vivere. Solo vegetare. Il suo cuore sarebbe morto lasciando così un guscio vuoto. Dylan era la sua forza per andare avanti senza Ian …anche se il giovane assomigliava molto al padre nei gesti che era come aver vicino Ian ma stava diventando grande presto avrebbe ‘perso’ anche lui, ora..…ora attendeva la decisione di Ian, era terrorizzata che lui non la perdonasse Ian la guardò girò appena la testa. Non voleva perderlo...nemmeno lei voleva! Ma si voltò e l’afferrò di nuovo scuotendola dolcemente- MAI PIU’!!! Non farmi mai più una cosa del genere hai capito? Hai capito?!!!– disse lasciando che il dolore tingesse le sue parole disperate. Il nodo in gola minacciava di soffocarlo quasi.
- No…non accadrà mai più, Ian, perché il solo pensiero di perderti mi fa morire di dolore. –e lasciò che le lacrime le scivolassero sulle guance. Le lacrime che lui non versava, le versava lei, non riusciva più a trattenerle, per quanto lui la scuotesse con forza non le avrebbe mai fatto male.
Ian la guardò, non resisteva se una donna piangeva. La voleva di nuovo fra le braccia, voleva ammonirla aspramente e allo stesso tempo stringerla forte a sé.
- Dai vieni qua…- le disse poi dolcissimo, l’afferrò alla vita con un braccio e l’attirò a sé dandole un affettuoso scappellotto sul dietro. Già Ian sapeva esser tanto dolce anche quando la rimproverava e quel gesto non era cattivo ma anzi era come una carezza! Era un suo modo tenero di farle capire che era stata una sofferenza indicibile averla avuta lontana. Le prese il viso fra le mani guardandola.
- Smettila di piangere dai tesoro…- e le diede il suo ampio fazzoletto.
- Mi odi vero? Una parte di te mi odia. Hai tutte le ragioni-
- Odiarti?Come posso odiarti quando ti amo così profondamente? Io non odio, detesto provare quel sentimento distruttivo. Non odio Sylvia figurati se odio te?-
Lei lo guardò sbalordita. Era convinta che odiasse almeno Sylvia! – io pensavo che la detestassi…insomma lei e’ perfida con te e Christine…-
- No, non la odio, provo pena per lei- le disse sfiorandole la fronte con un bacio. Laura sentì l’amore per lui rinnovarsi diventare ancora più immenso. Il suo uomo era davvero incapace di odiare anche il suo peggior nemico.
1941: Uno dei momenti roventi dopo esser tornati insieme. Purtroppo non sanno che e’ presente loro figlio concepito a St. Moritz nel 1921 dove si ritrovano tutti. Il marito di Laura voleva un maschio ma essendo sterile, in Ian così perfetto aveva trovato il mezzo per aver il suo erede. Il ragazzino nel 1933 scopre così chi e’ il suo vero padre. Ma sebbene lo ammiri…e’ troppo legato a Greg che gli ha dato tutto. Non vuole affezionarsi a nessuno e gli viene più facile disprezzare Ian per non sentirne la mancanza visto che deve star con Greg per gratitudine e per la legge. Il ragazzo e’ assai introverso dal carattere difficile. Ian e’ un carismatico e stupendo cinquantaduenne. Anche Laura bionda e voluttuosa e’ ancora molto bella.
Laura credendosi sola, fece entrare Ian dalla porta della cucina. Dylan doveva esser al college. Greg sarebbe tornato l’indomani. Ogni momento che Ian poteva lei cercava di vederlo. Quelle ore insieme erano meravigliose. Ian a volte mangiava rapidamente un sandwich e faceva folle corse per esser li con lei. Parlavano a lungo a volte non facevano nemmeno l’amore ma stavano sdraiati sul divano a parlare dagli argomenti più disparati e a …riversare i loro sentimenti e pensieri più profondi. Il loro rapporto si era ancor più rinsaldato. Quel giorno si sedettero in cucina a bere del surrogato di caffè e chiacchierarono a lungo poi Laura prese le tazzine e le portò al lavabo per lavarle. Ian le andò alle spalle e l’abbracciò da dietro, iniziò a baciarla sul collo. Lei sospirò estasiata. Il rapporto fra di loro era pressoché perfetto. La loro intesa non era mai stata così profonda sotto ogni aspetto.
- che stupida di una donna …più ti minaccia e più mi spinge verso di te, più mi tormenta con i suoi macabri scherzi e più mi spinge ad amarti, a starti vicino a proteggerti…sei la mia ancora lo sai? – lei si girò fra le braccia di lui e lo baciò con trasporto. Continuando ad arretrare, baciandosi urtarono contro il tavolo. Lei si sedette sopra e afferrò la cravatta di Ian attirandolo più vicino a lei, fra le gambe. Il sesso fra loro era diventato più rovente, sfrenato molto più fantasioso. Anche Ian aveva trovato sorprendente la spregiudicatezza della sua amante e la loro passione era diventata ancor più intensa travolgente e ardente come quel momento.
- decisa eh?- sussurrò Ian cercando di nuovo la bocca di lei. Lei gli sfilò rapida la cravatta e gli aprì la camicia, gliela sfilò dai pantaloni per accarezzagli la schiena. Ian a sua volta le sfilò la camicetta dalla gonna. Le afferrò la vita con le mani, Laura inarcò cosi il corpo scosso da violenti brividi di piacere mentre Ian lambiva la sua pelle con le labbra. La faceva sentire ancora bella e giovane. Come se il tempo non fosse mai passato fra loro. – aspetta …non qua…- disse Ian così la sollevò sulle braccia e la portò nel salotto. Laura era il suo amore. La fece sdraiare dolcemente sul divano. Si sfilò la giacca e la gettò da parte a terra. Ian non aveva mai violato il letto che lei divideva con Greg e nemmeno l’altro letto della stanza degli ospiti. Era già difficile farlo in casa sua…il divano era un posto sicuramente meno intimo. Ripresero a baciarsi, Laura si fece di nuovo audace e gli aprì i pantaloni. Finalmente lo sentì in sé. Ian fu stimolato dall’audacia di Laura. Iniziarono a muoversi, con ritmo sostenuto ma non frettoloso e frenetico.
Dylan uscì dal bagno dopo un lungo relax nella vasca fino a che l’acqua era diventata fredda. Si vestì e scese in cucina per farsi uno spuntino. Era da colazione che non mangiava qualcosa ed erano quasi le due del pomeriggio. L’ala del college era crollata grazie al cielo senza danni alle persone. Ma chi poteva andare a casa a dormire era pregato di farlo.. Era preso da quei pensieri quando sull’ultimo scalino udì dei rumori, si avvicinò allo stipite, provò a guardare e si ritrasse, si mise una mano sulla bocca per reprimere un’esclamazione fra la sorpresa e il disgusto. Ian Gallagher era di nuovo nella vita di sua madre. Astutamente era riuscito a convincerla a tornare con lui. Suo padre era davvero un maestro in quello, avrebbe convinto persino Hitler a cambiare idea d’invadere il loro paese. Spiò di nuovo l’incontro, non voleva vedere e allo stesso tempo era come calamitato a guardare. Non aveva mai visto due persone fare l’amore. I suoi compagni ne avevano parlato delle loro prime esperienze, ma lui troppo preso dagli studi, aveva soffocato quel bisogno e ancora non era stato con una donna. Gli sarebbe piaciuto, la sua mancanza d’esperienza lo isolava dagli altri ragazzi. Di sicuro non sarebbe stato un donnaiolo come Ian! Guardò di nuovo. Loro erano avvinti in un abbraccio sensuale. Gli parve che suo padre si muovesse a ritmo vertiginoso mostrando così tutta la sua prepotente virilità. Sua madre si aggrappava alle spalle del suo uomo, andando incontro alle spinte che divennero sempre più incalzanti, tanto che caddero giù dal divano, sul soffice tappeto. Ian sentì la sua donna seguirlo facilmente, poteva osare di più, accelerò i movimenti. Laura al culmine dell’eccitazione, voleva sentirlo più vicino, avvolgendo i fianchi di Ian con le proprie gambe, aggrappandosi così di più a lui. Il culmine dell’estasi la trapassò con dolce violenza, fremette a lungo, esternò piccole grida, riuscendo solo a ripetere il nome di lui. Ian accelerò ancora un poco e le donò tutto se stesso come sempre, tremando a lungo, emettendo un piccolo ruggito virile e poi scivolare su di lei. in seguito appena riprese un poco fiato, si rimisero seduti poggiando la schiena contro il divano. Si guardarono e scoppiarono a ridere come due ragazzini. Ian si chiuse i pantaloni rialzandosi in piedi. Quindi tese la mano e la aiutò a rialzarsi, senza sforzo. Accipicchia era stato piuttosto travolgente, si erano amati come due giovani amanti.
RATING FINALE : 4,36 /10
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ROMANCE PARK
Benvenute a Romance Park, il luogo dove ogni scrittrice ha la possibilità di presentare i propri lavori al pubblico!

L'estratto di questa settimana si intitola "L'INGANNO DELLA PASSIONE", e il nick della sua autrice è CLARICE S. BRENNAN. ATTENZIONE, si tratta di nomi di fantasia, che usiamo solo per distinguere i vari estratti tra di loro: il nome dell'autrice non è questo, ed il titolo finale del libro sarà diverso.
Si tratta un brano tratto da un romance storico, e la scena che tra poco leggerete fa parte dei capitoli centrali del romanzo.
Vi ricordiamo le REGOLE DI ROMANCE PARK ( potrete trovare maggiori dettagli qui: http://romancebooks.splinder.com/post/20213710 ) :
-- sia le lettrici che le bloggers potranno votare l'estratto con un punteggio da 1 a 10, e naturalmente commentarlo;
-- se la scrittrice lo desidera (non è obbligatorio), può rispondere ai commenti e alle domande – ma lo farà sempre usando il nick;
-- tra una settimana esatta, chiuderemo il sondaggio, e la scrittrice scoprirà che voto le è stato dato dal pubblico.
-- IMPORTANTE: la scrittrice non rivelerà la propria identità a nessuno, né prima, né durante, né dopo il sondaggio. Le bloggers che hanno collaborato con lei alla preparazione del post (cioè Naan e MarchRose) faranno altrettanto, sia nei confronti delle altre bloggers che delle lettrici, e per correttezza si asterranno dal commentare.
Ah, un'ultima cosa: per ringraziare Clarice S. Brennan e rendere la discussione ancora più interessante, a sua insaputa ci siamo permesse di invitare una persona molto, molto speciale ad esprimere il proprio parere su quest'estratto...
Siete tutte curiose di sapere chi è, eh? Aspettate e vedrete :-)
L’INGANNO DELLA PASSIONE
di Clarice S. Brennan
Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore.
Estratto tratto dal Capitolo 9 – Londra 1815
Quando uscirono nella piazza O’Briain li attendeva con lo sportello aperto.
Rachel contemplò Neville per qualche istante. Sebbene il suo futuro con lui fosse ancora incerto una fitta le attraversò il cuore al pensiero di ciò che aveva intuito poco prima.
Il rumore metallico del predellino echeggiò nella piazza silenziosa.
O’Briain, le allungò la mano per aiutarla a salire e fu allora che si rese conto delle lacrime che le scendevano lungo le guance. Con un gesto di stizza se le asciugò velocemente. Salì sulla vettura e si mise a sedere nel punto più buio, lontana dalla luce della lanterna appesa all’esterno.
Che cosa le stava succedendo? Possibile che tutte le sue difese fossero crollate così? Una parte di lei non voleva crederci ma la sua parte razionale le confermava quella dura realtà, era gelosa. Ciò che stava provando era soltanto “gelosia”, una gelosia talmente forte da sopraffarla, da farle perdere la ragione.
Eppure mai, nemmeno per un momento, aveva pensato a Neville come a qualcosa di suo. Per mesi si era illusa di non provare nessun sentimento, dopotutto il loro era un matrimonio di pura facciata. Una volta risolto il mistero della morte di sua madre avrebbero preso strade diverse e lei non lo avrebbe rivisto mai più.
Rachel sentì il fiato venirgli meno e le lacrime pungergli nuovamente gli occhi. Sì sistemò sul sedile stringendosi nello scialle e inspirando la fresca aria notturna. Doveva calmarsi, il suo atteggiamento era sciocco e insensato. Dopotutto non aveva nessuna conferma di ciò che sospettava e se anche fosse la colpa di tutto ciò era unicamente sua. Aveva respinto ogni suo tentativo d’approccio ed aveva sottolineato più volte che non gradiva le sue attenzioni. Quindi era più che naturale che lui spostasse i suoi interessi altrove.
Quelle parole le morirono nella mente. Per quanto si sforzasse di essere ragionevole l’idea che la baronessa fosse l’amante di Neville la riempiva di dolore. Cosa doveva fare ora? Come doveva comportarsi?
Quelle domande non ebbero il tempo di ricevere risposta. Neville salì in carrozza sbattendo lo sportello e ignorando l’aiuto di O’Briain. Si sistemò di fronte a lei e senza tante cerimonie si allungò in avanti appoggiando le braccia sulle ginocchia.
<Che cosa ne direste ora di darmi una spiegazione?>
Rachel deglutì a fatica, cosa doveva rispondergli? Non poteva di certo manifestargli i suoi sentimenti. Se lo avesse fatto non avrebbe avuto più nessuna arma per resistergli.
Resistergli… forse non era più quello che voleva ma per ora doveva solo limitarsi a prendere tempo, una volta arrivati alla tenuta si sarebbe chiusa nella sua stanza. L’indomani Neville sarebbe partito e visto che non sarebbe tornato prima di una settimana avrebbe avuto tutto il tempo di riflettere. Rachel si raddrizzò con la schiena.
<Non vi devo alcuna spiegazione.> mentì cercando di ignorare il contatto con le sue ginocchia.
<Ne siete sicura?>
Rachel si voltò a guardarlo. La luce della lanterna gli illuminava il viso e la mascella serrata le fece capire che era realmente arrabbiato.
<Sono un uomo paziente Rachel ma non ho intenzione di farvi la stessa domanda tutta la sera, pertanto vi consiglio di spiegarmi il vostro comportamento.>
Al suono gelido di quelle parole Rachel rabbrividì rendendosi conto che non ci sarebbe stato modo di sviare quella conversazione se non grazie al fatto che ormai si trovavano già nei giardini della tenuta.
Le strade vuote avevano abbreviato il loro rientro e Neville non ebbe il tempo di dire altro visto che uno stuolo di servitori era già sulle scale d’ingresso.
Due giovani valletti vennero loro incontro e, mentre uno l’aiutò a scendere l’altro s’informò dal duca sul da farsi.
Approfittando della distrazione di Neville Rachel s’incamminò velocemente verso la porta. Incurante degli sguardi attoniti dei servitori attraversò l’ingresso di corsa e una volta raggiunta la scala si sollevò la veste per salirle più rapidamente.
Neville era ancora di sotto quando lei giunse davanti alla porta. Con un sospiro di sollievo entrò. Il cuore sembrava volergli scoppiare nel petto.
Era cosciente che quel gesto provocatorio lo avrebbe fatto infuriare ancora di più ma ormai era fatta. Le lacrime fino ad ora trattenute minacciavano di soffocarla e l’ultima cosa che voleva era che lui la vedesse in quello stato.
Velocemente si girò su sé stessa ma mentre si accingeva a girare la chiave la porta si bloccò di colpo. Il duca piazzò una mano contro l’uscio spingendolo violentemente e la foga obbligò Rachel ad appoggiarsi alla parete per non finire a terra.
Rachel rimase immobile mentre lui, dopo aver richiuso la porta e infilato la chiave nella tasca del farsetto, si voltò verso di lei.
<Cosa credevate di fare?> gli domandò raggiungendola.
Rachel provò un tuffo al cuore nell’averlo così vicino. Sentiva il suo profumo, il suo respiro e le parve di annegare in quegli intensi occhi verdi. Troppe domande attraversavano la sua mente e troppe emozioni agitavano il suo corpo. Non riusciva nemmeno a trovare le parole per rispondergli.
<Non vi ho mai fatto mancare niente Rachel, senza contare che mi sono comportato come un perfetto gentiluomo nei vostri confronti. Ho assecondato ogni vostro desiderio pertanto credo di meritare più rispetto da voi.> dichiarò Neville in tono spazientito.
A quelle parole Rachel reagì senza accorgersene. La sua gelosia esplose con impeto. <Come osate parlarmi di rispetto? Come potete pretendere che vi porti rispetto quando voi siete il primo a non farlo. Voi che passate le serate nel letto di quella donna credendo che nessuno se ne accorga. Vi prego di non continuare questa ridicola finzione, non sono una stupida. L’atteggiamento della baronessa mi ha fatto comprendere molte cose milord.>
Un’ espressione attonita si dipinse sul volto di Neville.
<Ma cosa diavolo state dicendo?>
Rachel lo guardò stupita. Sentiva le guance accaldate e per un momento l’espressione di Neville la confuse. La guardava come se fosse una pazza e forse lo era davvero ma non riusciva a trattenersi.
<E’ più che evidente che l’avete consolata per l’affronto subito la settimana scorsa e che…> Rachel si bloccò rendendosi conto che stava davvero esagerando. Deglutì abbassando lo sguardo ma quando lo riportò su Neville le sembrò che la tensione sul suo viso fosse completamente svanita. Le sembrò persino di vedere un lampo di divertimento nei suoi occhi così, in modo risoluto, si limitò a concludere con tono superiore e indifferente. <Mi auguro che almeno lo abbiate fatto con discrezione!>
Rachel continuava a guardarlo, incapace di togliere lo poi d’improvviso lui la prese tra le braccia.
<Lasciatemi!> protestò lei cercando inutilmente di divincolarsi.
Ma Neville la strinse ancora di più. <Siete proprio una sciocca. Dovevate avvisarmi che siete gelosa.>
<Gelosa? Io non sono affatto gelosa. Sono… sono solo preoccupata dell’opinione altrui, in fondo siete stato voi a...>
Le parole le morirono in gola, ormai era inutile continuare a fingere. Si era tradita, svelando quella verità così difficile da nascondere. Come se non bastasse, il contatto con quel possente corpo, la stordiva impedendole di ragionare. Avrebbe soltanto voluto abbandonarsi tra quelle braccia e sentirsi dire che aveva frainteso tutto.
Gli appoggiò le mani contro il petto scostandosi da lui ma Neville glielo impedì. Le sue labbra le sfioravano la fronte e Rachel sentì il cuore mancarle di un battito.
<La baronessa l’ho vista solo una sera, nella sua casa, ma semplicemente perchè dovevo incontrarmi con il padre. Le altre sere mi sono intrattenuto al circolo perché il pensiero di avervi in casa e non potervi toccare mi stava facendo impazzire. Non dovete aver paura di me perché voi siete l’unica donna che desidero.> Neville le prese il viso, glielo sollevò costringendola a guardarlo negli occhi.
<Tutto ciò che vi chiedo è di non respingermi più… lasciatevi amare Rachel…>
RATING FINALE : 7,47 / 10
ROMANCE PARK, ovvero: uno spazio per le scrittrici
Chi è stato a Londra e ha fatto un giro per Hyde Park la domenica, non può dimenticare lo Speakers’ Corner, cioè l’Angolo dell’Oratore. E’ il famosissimo angolo riservato a tutti coloro che sentono di avere qualcosa da dire agli altri, di qualunque argomento.
Per diventare un oratore ci vuole poco allo Speakers’ Corner, è sufficiente uno sgabello o una scaletta per elevarsi al di sopra degli spettatori e tanto fiato nei polmoni per urlare le proprie idee politiche e religiose. Le scene che si creano sono molto varie, ma sempre pittoresche: alcuni discorsi sono davvero interessanti ( del resto, nell’800 anche Karl Marx ci ha fatto più di un giretto, con i risultati che ben conosciamo… ), altri strampalati, ma tutti gli oratori hanno i loro 5 minuti d’attenzione da parte dei passanti, i quali poi decidono se fermarsi oppure proseguire oltre, sulla base dell’interesse per il discorso. ![]()
La nostra idea di “Romance park” nasce proprio dallo Speakers’ Corner, e da un’iniziativa affine delle bloggers di Dear Author, che ringraziamo per la loro disponibilità e gentilezza nell’averci permesso di ispirarci, in parte, ad una loro idea – thanks a lot, Jane, for your kindness and support!
Ecco in cosa consiste Romance Park.
Ci sono tante scrittrici dilettanti a cui magari piacerebbe avere un parere sul loro lavoro, prima di mandarlo alle case editrici. Magari finora l'hanno solo mostrato alle amiche, e ovviamente il parere è sempre positivo, per cui non sanno se fidarsene o no; oppure non hanno nemmeno avuto il coraggio di far quello, e stanno tenendo il loro lavoro in qualche cassetto della scrivania, perché sono convinte che non valga granché.
La nostra idea è offrire a queste persone uno spazio, in forma anonima, dove potranno ottenere un riscontro su quello che stanno scrivendo. L’equivalente dello Speakers’ Corner, in pratica, ma in forma letteraria.
Per esporre il vostro lavoro a “Romance park” fate così:
- la scrittrice ( esordiente oppure no, non importa ) ci deve contattare via email, mandandoci un paio di pagine del lavoro su cui le piacerebbe avere un parere; se vuole, può anche aggiungere una piccola introduzione, di non più di 4-5 righe, come introduzione della scena
- potrà essere proposto qualsiasi tipo di romance - contemporaneo, storico, paranormale, suspense, futuristico…
- la scrittrice sceglierà a suo piacimento un nick per sé, ed un titolo per l’estratto, e noi useremo quelli per postarlo;
- sia noi bloggers - che ormai siamo espertissime di recensioni ! - che le nostre lettrici daremo il nostro parere sull’estratto, commentando al post;
- se la scrittrice lo desidera ( non è obbligatorio ), può rispondere alle critiche delle bloggers e delle lettrici – purché lo faccia sempre in forma anonima, usando il nick.
- al post uniremo un sondaggio dove le lettrici possono dare un voto all'estratto che hanno letto, da 1 a 10. Lasceremo una settimana di tempo per votare – al termine della settimana, la scrittrice scoprirà che voto le è stato dato dal pubblico.
**** IMPORTANTE: l’anonimato è fondamentale. La scrittrice si impegna a non rivelare mai la propria identità, nemmeno al termine del sondaggio, e noi da parte nostra ci impegniamo formalmente a fare altrettanto. Qualunque informazione ci trasmetterà resterà assolutamente confidenziale.
